Come già scrissi anni fa nell’articolo Le sei verità che non conosci sui chakra, esistono differenti sistemi di chakra. Quello oggi più conosciuto rappresenta una particolare configurazione storica, sulla quale la tradizione del Kubjikāmata Tantra esercitò un’influenza decisiva.
Per comprenderlo è utile metterlo a confronto con altre mappe del corpo sottile, alcune più antiche e altre appartenenti a tradizioni parallele.
Questi sistemi non formano necessariamente una successione lineare. Nel corso dei secoli furono trasmessi, rielaborati e integrati in contesti rituali e dottrinali differenti, continuando spesso a coesistere.
Il sistema dei sei o sette chakra, pertanto, non costituisce una struttura universale e definitiva, ma una delle numerose configurazioni elaborate dalle tradizioni tantriche e yogiche.
In molti Tantra, inoltre, i chakra non sono semplicemente centri energetici disposti lungo la colonna vertebrale. Sono luoghi rituali e contemplativi nei quali vengono installati mantra, divinità e potenze cosmiche, trasformando il corpo in una geografia sacra.
Anche le tradizioni buddhiste tantriche hanno elaborato proprie mappe del corpo sottile, differenti per numero, posizione, terminologia e funzione dei centri. In questo articolo mi concentrerò principalmente sulle tradizioni tantriche śaiva e śākta che contribuirono alla formazione del sistema successivamente diffuso nello Haṭhayoga e alla nascita della rappresentazione oggi più conosciuta.
Le cinque kalā e la loro installazione nel corpo
Circa VI–VII secolo
In testi śaiva come il Niśvāsa, il Kālottara e lo Svacchandatantra troviamo una struttura fondata sulle cinque kalā:
- Nivṛtti;
- Pratiṣṭhā;
- Vidyā;
- Śānti;
- Śāntyatītā.
Il termine kalā può essere tradotto come “parte”, “porzione” o “manifestazione di una potenza”. Le cinque kalā rappresentano grandi livelli della realtà, dalla dimensione materiale fino a quelle più sottili della coscienza.
Per comprenderle dobbiamo metterle in relazione con i tattva. Nei sistemi śaiva, i trentasei tattva descrivono i diversi principi che costituiscono l’universo: dagli elementi materiali fino ai livelli più elevati della manifestazione divina.
Le kalā raggruppano questi principi in cinque grandi ambiti. Non sono quindi qualcosa che si aggiunge ai tattva, ma un modo per organizzarli. Le corrispondenze precise possono variare da un testo o da una tradizione all’altra.
Perché le kalā vengono collocate nel corpo?
Alla base di queste pratiche troviamo l’idea che il corpo sia un microcosmo: una forma condensata dell’universo. Gli elementi, i mantra e le potenze presenti nel cosmo si trovano simbolicamente anche nel corpo umano.
Attraverso il nyāsa, il praticante installa nel proprio corpo le kalā, i mantra e le potenze divine a esse associate. Il corpo non viene più considerato soltanto come un organismo fisico, ma diventa una geografia sacra, uno yantra vivente nel quale è rappresentata l’intera manifestazione.
Il processo può anche essere percorso in senso inverso. Durante la contemplazione, i diversi livelli della realtà vengono progressivamente riassorbiti: dalla materia agli elementi più sottili, fino alla loro sorgente nella coscienza.
In sintesi:
- i tattva descrivono i principi che compongono la realtà;
- le kalā li raggruppano in cinque grandi livelli;
- il nyāsa installa simbolicamente questi livelli nel corpo;
- la contemplazione li riconduce alla loro origine.
Le kalā non devono quindi essere considerate semplicemente come cinque centri energetici disposti lungo la colonna vertebrale. In questi contesti rappresentano soprattutto differenti livelli della manifestazione cosmica, messi in relazione con il corpo attraverso il rituale.
In alcuni di questi sistemi Kuṇḍalinī — letteralmente “l’attorcigliata” — non rappresenta semplicemente un’energia situata alla base della colonna vertebrale. È la potenza divina, strettamente legata al mantra, attraverso la quale si compie il processo della manifestazione e del successivo riassorbimento.
Attraverso il suo dispiegarsi, i differenti livelli della realtà organizzati nelle cinque kalā vengono manifestati. Nel movimento inverso, le kalā e i tattva a esse associati vengono progressivamente riassorbiti nella loro sorgente.
Kuṇḍalinī rappresenta quindi la potenza che collega il corpo individuale al processo cosmico: la stessa energia attraverso la quale l’universo si manifesta è anche quella che permette al praticante di ricondurre la molteplicità alla coscienza originaria.
In alcuni testi questa potenza viene collocata nel kanda, una regione situata alcune dita sotto l’ombelico dalla quale si diramano le nāḍī. La sua posizione e la sua funzione possono tuttavia variare secondo il sistema considerato.
La tabella seguente riassume alcune corrispondenze presenti in differenti testi e contesti rituali. Non deve pertanto essere considerata valida per tutte le tradizioni tantriche.
| Divinità o Kalā | Significato | Elemento | Bīja mantra | Membro dello ṣaḍaṅga-nyāsa | Sede corporea |
|---|---|---|---|---|---|
| Śrī Nivṛtti | Ritiro, cessazione | Terra | LĀṂ | Cuore | Cuore |
| Śrī Pratiṣṭhā | Stabilità, fondamento | Acqua | VĪṂ | Testa | Gola |
| Śrī Vidyā | Conoscenza | Fuoco | RŪṂ | Ciuffo o sommità del capo | Palato |
| Śrī Śānti | Pace | Aria | YAIṂ | Armatura | Punto tra le sopracciglia |
| Śrī Śāntyatītā | Ciò che è oltre la pace | Spazio | HAUṂ | Arma | Corona |
Queste corrispondenze non descrivono semplicemente un’anatomia energetica. Appartengono a procedure rituali attraverso le quali il praticante installa nel proprio corpo determinati livelli della manifestazione e specifiche potenze cosmiche.
Che cos’è il nyāsa?
Il termine nyāsa significa letteralmente “collocazione”, “posizione” o “installazione”.
Attraverso il nyāsa, il praticante colloca mantra, fonemi, divinità, tattva o potenze cosmiche in differenti parti del proprio corpo.
Il corpo non viene più considerato soltanto come un organismo fisico, ma diventa uno yantra vivente: una struttura sacra nella quale viene installata la totalità della manifestazione.
I Tantra operano frequentemente attraverso l’integrazione di:
- mantra, la forma sonora della potenza divina;
- yantra, la sua configurazione simbolica e geometrica;
- nyāsa, la sua incorporazione nel corpo del praticante.
Nel nyāsa, dunque, il corpo stesso diventa lo yantra.
Si potrebbe dire, utilizzando un’espressione appartenente a un altro contesto religioso, che “il Verbo si fa carne”: il mantra non viene soltanto pronunciato, ma incorporato. Il corpo viene riconosciuto e ritualizzato come manifestazione della coscienza divina.
La realtà, descritta nei sistemi śaiva attraverso i trentasei tattva, viene raggruppata in questo contesto nelle cinque kalā e simbolicamente installata nel corpo del praticante.
Lo Śivasūtra 3.4 afferma:
śarīre saṃhāraḥ kalānām
Una possibile interpretazione contemplativa è:
Nel corpo avviene il riassorbimento delle kalā.
I diversi livelli della manifestazione vengono ricondotti progressivamente l’uno nell’altro: dal più grossolano al più sottile, dalla molteplicità degli elementi alla sorgente indifferenziata della coscienza.
Le tabelle presentate in questo articolo fanno riferimento soprattutto allo ṣaḍaṅga-nyāsa, il “nyāsa delle sei membra”.
Non entreremo nei dettagli tecnico-operativi della pratica, perché ciò richiederebbe un’analisi specifica e, tradizionalmente, un’istruzione ricevuta all’interno di un lignaggio.
Altre mappe nei Tantra tra VIII e X secolo
In testi composti o sviluppatisi tra l’VIII e il X secolo, come il Netratantra, il Kramasadbhāva e l’Ūrmikaulārṇava Tantra, incontriamo altre organizzazioni dei centri sottili.
Kuṇḍalinī viene collocata nel kanda, situato nella regione inferiore dell’addome. Il termine significa “bulbo” o “radice” e indica il punto dal quale si diramano le nāḍī.
In alcuni di questi sistemi il kanda viene incluso nella geografia dei centri sottili. La sua funzione presenta analogie con quella attribuita al mūlādhāra in determinate tradizioni successive, senza che i due concetti debbano essere considerati identici.
| Divinità o Kalā | Mantra | Elemento | Nome del chakra | Membro del nyāsa | Posizione |
|---|---|---|---|---|---|
| Kuṇḍalinī inferiore | — | — | Nāḍīcakra | — | Kanda, sotto l’ombelico |
| Śrī Nivṛtti | LĀṂ | Terra | Māyācakra | Cuore | Ombelico |
| Śrī Pratiṣṭhā | VĪṂ | Acqua | Yogicakra | Testa | Cuore |
| Śrī Vidyā | RŪṂ | Fuoco | Tālacakra | Ciuffo | Palato |
| Śrī Śānti | YAIṂ | Aria | Dīpticakra | Armatura | Punto tra le sopracciglia |
| Śrī Śāntyatītā | HAUṂ | Spazio | Nādacakra | Arma | Corona |
In questa configurazione osserviamo differenti posizioni corporee e nuovi nomi per i chakra.
La struttura rituale fondamentale rimane tuttavia riconoscibile: divinità, mantra, elemento, kalā e membro del nyāsa formano un unico insieme operativo.
Il sistema dei sei chakra del Kubjikāmata Tantra
Tra il X e l’XI secolo, la tradizione di Kubjikā elaborò un sistema di sei centri che avrebbe esercitato una profonda influenza sulla fisiologia sottile successivamente adottata in alcuni ambienti dello Haṭhayoga.
Il Kubjikāmata Tantra descrive una successione di sei sedi corporee:
saṃhārapadaṣaṭkasya kulaṃ śaktyantadakṣiṇam
gudam ādhāram ity uktaṃ svādhiṣṭhānaṃ tu liṅgajammaṇipūrakaṃ nābhisthaṃ hṛdisthaṃ cānāhatam
viśuddhiḥ kaṇṭhadeśe tu ājñā netradvayāntare
Il Kula della trasmissione destra, culminante in Śakti, possiede sei stazioni del riassorbimento. L’ano è chiamato ādhāra; lo svādhiṣṭhāna ha origine dal liṅga. Il maṇipūraka si trova nell’ombelico e l’anāhata nel cuore. Il viśuddhi è nella regione della gola, mentre l’ājñā si trova tra i due occhi.
Il testo presenta un percorso di riassorbimento articolato in sei stazioni:
- ādhāra o mūlādhāra nella regione anale o perineale;
- svādhiṣṭhāna nella regione genitale;
- maṇipūra all’ombelico;
- anāhata nel cuore;
- viśuddhi nella gola;
- ājñā tra le sopracciglia.
Questa disposizione è molto vicina al sistema che diventerà dominante in alcuni testi e ambienti yogici dei secoli successivi.
| Divinità o Śakti | Nome del chakra | Posizione | Elemento | Membro del nyāsa | Bīja |
|---|---|---|---|---|---|
| Śrī Nivṛtti | Mūlādhāra | Perineo | Terra | Cuore | LĀṂ |
| Śrī Pratiṣṭhā | Svādhiṣṭhāna | Regione genitale | Acqua | Testa | VĪṂ |
| Śrī Vidyā | Maṇipūra | Ombelico | Fuoco | Ciuffo | RŪṂ |
| Śrī Śānti | Anāhata | Cuore | Aria | Armatura | YAIṂ |
| Śrī Śāntyatītā | Viśuddhi | Gola | Spazio | Arma | HAUṂ |
| — | Ājñā | Tra le sopracciglia | — | — | OṂ |
| Kubjikā-Kuṇḍalinī | Centro superiore | Corona | — | — | — |
Qui appare chiaramente la struttura dei sei chakra che ancora oggi riconosciamo: mūlādhāra, svādhiṣṭhāna, maṇipūra, anāhata, viśuddhi e ājñā.
Il centro della corona non viene sempre trattato come un chakra equivalente agli altri. Può rappresentare il punto culminante del percorso, la sede dell’unione o il luogo nel quale Kuṇḍalinī trascende la struttura dei centri inferiori.
La diffusione del sistema nello Haṭhayoga
A partire dal XIII secolo, il modello dei sei chakra diventa uno dei sistemi più influenti in alcuni testi e ambienti dello Haṭhayoga.
I manuali haṭhayogici raccolgono e rielaborano pratiche provenienti da differenti tradizioni tantriche:
- mudrā;
- bandha;
- prāṇāyāma;
- risveglio di Kuṇḍalinī;
- penetrazione dei nodi sottili;
- ascesa attraverso il canale centrale.
Inserite in questo nuovo contesto, le mappe dei chakra subiscono una parziale variazione della propria funzione operativa. Le relazioni con kalā, divinità e ṣaḍaṅga-nyāsa non sono sempre poste al centro della descrizione, mentre assumono maggiore importanza nāḍī, vāyu, bindu, Kuṇḍalinī e le tecniche per condurre il soffio nel canale centrale.
Questo processo non deve però essere interpretato come la scomparsa dell’uso rituale tantrico dei chakra. Mentre alcuni testi dello Haṭhayoga rielaboravano tali mappe all’interno della propria fisiologia sottile, le tradizioni tantriche continuavano a impiegarle secondo differenti modalità rituali e contemplative.
Il sistema dei sei centri attestato nella tradizione di Kubjikā venne accolto e rielaborato anche nel culto di Tripurasundarī, successivamente conosciuto come Śrīvidyā, una tradizione tantrica tuttora viva. Nei suoi rituali i chakra continuano a essere luoghi nei quali vengono visualizzati e installati mantra, śakti e gruppi di divinità.
Non abbiamo quindi la sostituzione di una pratica tantrica con una pratica haṭhayogica, ma la diffusione della medesima geografia sottile in contesti differenti. Da una parte essa viene integrata nelle tecniche yogiche del soffio e dell’ascesa di Kuṇḍalinī; dall’altra continua a operare come struttura rituale per l’installazione delle potenze divine nel corpo
Lo Ṣaṭcakranirūpaṇa e la diffusione occidentale
Uno dei testi che contribuirono maggiormente alla conoscenza occidentale dei chakra fu lo Ṣaṭcakranirūpaṇa, un’opera sanscrita del XVI secolo.
Il testo venne tradotto e commentato in inglese da John Woodroffe, conosciuto anche con lo pseudonimo di Arthur Avalon, nell’opera The Serpent Power.
Poiché questa traduzione fu per molto tempo una delle principali fonti disponibili in lingua inglese, il sistema descritto nello Ṣaṭcakranirūpaṇa finì per essere percepito in Occidente come il sistema dei chakra, quasi fosse l’unico mai esistito.
In realtà, rappresenta soltanto una delle numerose configurazioni sviluppatesi all’interno delle tradizioni tantriche.
| Śakti | Chakra | Posizione | Elemento | Bīja secondo la trasmissione resa nota da Avalon |
|---|---|---|---|---|
| — | Sahasrāra | Corona | Oltre gli elementi | — |
| Hākinī | Ājñā | Tra le sopracciglia | Mente o principio sottile | OṂ |
| Śākinī | Viśuddhi | Gola | Spazio | HAṂ |
| Kākinī | Anāhata | Cuore | Aria | YAṂ |
| Lākinī | Maṇipūra | Ombelico | Fuoco | RAṂ |
| Rākiṇī | Svādhiṣṭhāna | Regione genitale | Acqua | VAṂ |
| Ḍākinī | Mūlādhāra | Perineo | Terra | LAṂ |
Possiamo osservare alcune differenze significative rispetto ai sistemi precedentemente esaminati.
Gli aṅga dello ṣaḍaṅga-nyāsa non sono più al centro della descrizione. Anche i bīja mantra sono differenti: LAṂ, VAṂ, RAṂ, YAṂ e HAṂ prendono il posto della serie LĀṂ, VĪṂ, RŪṂ, YAIṂ e HAUṂ presente in alcuni dei sistemi considerati in precedenza.
Le divinità-kalā Śrī Nivṛtti, Śrī Pratiṣṭhā, Śrī Vidyā, Śrī Śānti e Śrī Śāntyatītā lasciano inoltre il posto alle śakti Ḍākinī, Rākiṇī, Lākinī, Kākinī, Śākinī e Hākinī.
Non si tratta semplicemente di nomi differenti applicati alla medesima struttura. Ci troviamo davanti a un diverso sistema , nato dall’integrazione e dalla rielaborazione di tradizioni differenti.
La reinterpretazione teosofica dei chakra
La traduzione di Woodroffe non fu l’unico tramite attraverso il quale i chakra divennero conosciuti in Occidente. Un ruolo decisivo venne svolto anche dalla Società Teosofica, che rielaborò numerosi concetti indiani all’interno di una propria cosmologia esoterica.
Autori teosofici come Charles Webster Leadbeater presentarono i chakra come centri sottili oggettivamente esistenti, osservabili attraverso la chiaroveggenza e connessi alla circolazione dell’energia nel corpo.
Nel libro The Chakras, pubblicato nel 1927, Leadbeater descrisse sette centri principali come vortici dotati di forme, colori e differenti velocità di movimento. Cercò inoltre di metterli in relazione con i plessi nervosi, gli organi e la fisiologia umana.
Questa interpretazione era sensibilmente diversa da quella di molti testi tantrici. I chakra non venivano più considerati principalmente come strutture installate e visualizzate all’interno di una specifica pratica rituale, ma come componenti relativamente stabili di un’anatomia sottile universale.
Non tutte le associazioni oggi diffuse provengono però direttamente dalla Teosofia. La corrispondenza ordinata tra i sette chakra e i sette colori dell’arcobaleno, così come l’attribuzione a ciascun centro di precise funzioni emotive e psicologiche, si consolidò attraverso successive rielaborazioni occidentali.
Nel corso del Novecento, la mappa teosofica venne infatti integrata con:
- psicologia junghiana;
- teorie dello sviluppo personale;
- bioenergetica;
- terapie corporee;
- cultura New Age.
Nacque così il modello oggi più popolare: sette centri energetici permanenti, associati a colori, organi, emozioni, caratteristiche psicologiche e livelli di coscienza.
Questa rappresentazione non è semplicemente la traduzione di un antico sistema indiano. È il risultato dell’incontro tra mappe tantriche del corpo sottile, interpretazioni teosofiche e psicologia occidentale moderna.
Che cosa è cambiato nella ricezione moderna?
Nei sistemi tantrici troviamo frequentemente una relazione organica tra:
- divinità;
- kalā;
- elementi;
- bīja mantra;
- parti del corpo coinvolte nel nyāsa;
- posizione dei chakra;
- processi di manifestazione e riassorbimento cosmico.
Da un Tantra all’altro, quindi, non cambiano soltanto il numero e la posizione dei chakra, ma l’intera logica rituale, cosmologica e contemplativa nella quale essi assumono significato.
Come abbiamo visto, nella ricezione occidentale queste mappe furono estratte dai loro contesti originari e reinterpretate attraverso la Teosofia, l’occultismo, la psicologia e, successivamente, la cultura New Age.
Molte delle relazioni con divinità, mantra, kalā e nyāsa divennero così meno visibili. I chakra iniziarono a essere presentati prevalentemente come componenti permanenti di un’anatomia sottile universale: centri energetici dotati di colori, caratteristiche e funzioni psicologiche relativamente fisse.
Questo non significa che le concezioni e le pratiche tantriche siano scomparse. Molte continuano a essere trasmesse all’interno di lignaggi, rituali e tradizioni orali, pur risultando quasi assenti dalla divulgazione contemporanea.
Il chakra non era quindi soltanto qualcosa che il praticante “possedeva”. In molti sistemi era una struttura che veniva evocata, visualizzata, installata e resa operativa attraverso la pratica.
Differenti modi di concepire i chakra
Possiamo distinguere almeno tre modi di concepire i chakra, senza trasformarli in tappe rigide, universali o necessariamente successive.
In numerosi sistemi tantrici i chakra sono sedi rituali e contemplative collegate al nyāsa, alle kalā e all’installazione delle potenze divine nel corpo.
In diverse tradizioni dello yoga tantrico e dello Haṭhayoga vengono inseriti in una fisiologia sottile composta da nāḍī, vāyu, bindu e Kuṇḍalinī.
Nella divulgazione moderna, soprattutto occidentale, vengono frequentemente interpretati come centri energetici permanenti, associati a colori, emozioni, organi e funzioni psicologiche.
Queste concezioni possono sovrapporsi, interagire e continuare a coesistere. I sistemi più antichi non appartengono soltanto al passato: pratiche rituali e contemplative fondate su queste mappe sopravvivono ancora oggi all’interno di specifiche trasmissioni.
Il modello moderno dei sette chakra rappresenta quindi soltanto la superficie più visibile di un insieme molto più vasto di tradizioni.
Dietro i colori, i petali e i simboli oggi conosciuti troviamo differenti concezioni del corpo. Nella concezione tantrica, il corpo non è un semplice involucro materiale da trascendere, ma il luogo sacro nel quale l’universo si manifesta, viene riconosciuto e infine riassorbito nella coscienza.
