I cinque chakra dimenticati del Gaṇapatitattva: una visione del corpo sottile molto diversa da quella dello yoga moderno
Quando oggi si parla di chakra, quasi tutti immaginano la medesima figura: sette centri energetici disposti lungo la colonna vertebrale, ciascuno associato a un colore, una funzione psicologica e una determinata frequenza.
Questo sistema è diventato così familiare da sembrare universale. Eppure, nei testi yogici e tantrici premoderni, le mappe del corpo sottile sono molto più numerose e differenti fra loro. Esistono sistemi di quattro, cinque, sei, sette e più centri. Cambiano le posizioni, i simboli, le divinità e soprattutto il significato attribuito a questi luoghi interiori.
Un esempio particolarmente affascinante è il Gaṇapatitattva, testo śivaita in antico giavanese conservato nella tradizione balinese e costruito come un dialogo fra Śiva — chiamato nel testo Īśvara, Bhaṭāra Śiva e, in alcuni passi, Maheśvara — e suo figlio Gaṇapati
Nel Gaṇapatitattva troviamo cinque cakra, non sette, e il più elevato non è situato alla sommità del capo, ma sulla punta della lingua. Tuttavia, la differenza più importante non riguarda il loro numero o la loro posizione. Come generalmente avviene nei Tantra, i cakra non sono centri autonomi associati alla psicologia individuale né serbatoi energetici da aprire o riequilibrare. Sono luoghi nei quali divinità, elementi, facoltà sensoriali e potenze cosmiche prendono dimora nel corpo.
L’associazione dei chakra all’autostima, alla creatività, alla comunicazione o all’equilibrio emotivo appartiene soprattutto a reinterpretazioni moderne. Per comprendere la mappa del Gaṇapatitattva dobbiamo quindi partire dalla sua cosmologia: il corpo non è separato dall’universo, ma ne riproduce interiormente la struttura.
Prima del corpo viene il cosmo
Il dialogo non comincia chiedendo come risvegliare o aprire i chakra. Gaṇapati domanda a Īśvara da dove provengano l’universo e l’essere umano.
La risposta riconduce ogni cosa allo śabda-śūnya, il “suono del silenzio”, identificato con Oṃ. Da Oṃ emerge il bindu, il punto originario, descritto come una goccia di rugiada sulla punta di un filo d’erba illuminata dal sole.
Dal bindu si manifestano i pañcadaivātma, i cinque principi divini:
- Brahmā;
- Viṣṇu;
- Rudra;
- Īśvara;
- Sadāśiva.
Non si tratta semplicemente di un elenco di divinità distinte. Queste figure rappresentano cinque potenze attraverso le quali il cosmo śivaita si differenzia e acquista forma.
Da ciascuna procede uno dei cinque tanmātra, le qualità sottili della percezione:
- da Brahmā nasce l’odore;
- da Viṣṇu il sapore;
- da Rudra la forma visibile;
- da Īśvara il contatto;
- da Sadāśiva il suono.
Dalle qualità sottili emergono i cinque grandi elementi:
- dall’odore, la terra;
- dal sapore, l’acqua;
- dalla forma, il fuoco;
- dal contatto, l’aria;
- dal suono, lo spazio.
Da questi elementi prende forma l’universo visibile.
Il processo può essere riassunto così:
silenzio-suono → Oṃ → bindu → principi divini → qualità sensoriali → elementi → universo.
Il corpo è il cosmo
Dopo aver spiegato l’origine dell’universo, Īśvara affronta la nascita dell’essere umano. La risposta è particolarmente significativa: uomini, dèi e universo non possiedono origini differenti, perché provengono tutti dal medesimo bindu.
Il testo sintetizza questa identità con una formula molto semplice:
«Egli è l’essere umano; egli è anche l’universo.»
Il corpo non è quindi una piccola realtà separata dal cosmo. È il cosmo stesso in forma individuale.
Le cinque potenze che generano l’universo prendono perciò dimora anche nel corpo umano. Ciascuna custodisce un luogo, governa una facoltà sensoriale e sostiene una determinata funzione della vita.
I cinque centri non vengono aggiunti al corpo attraverso la pratica. Sono già presenti perché il corpo nasce dallo stesso processo che ha generato il mondo.
Le cinque corrispondenze
| Principio divino | Qualità sottile | Elemento | Sede corporea | Facoltà principale |
|---|---|---|---|---|
| Brahmā | Gandha, odore | Terra | Mūlādhāra | Olfatto e corpo fisico |
| Viṣṇu | Rasa, sapore | Acqua | Nābhi, ombelico | Gusto e sostentamento |
| Rudra | Rūpa, forma | Fuoco | Hati, Cuore-petto | Vista, pensiero e veglia |
| Īśvara | Sparśa, tatto | Aria | Kaṇṭha, gola | Parola e sonno |
| Sadāśiva | Śabda, suono | Spazio | Jihvāgra, punta della lingua | Udito e conoscenza |
1. Mūlādhāra: la radice del soffio
Il primo centro è situato fra pāyu e upastha, cioè nella regione compresa fra l’ano e gli organi genitali. Qui dimora Brahmā.
Il testo lo descrive come:
- una figura quadrata;
- di colore rossastro;
- contenente un loto a otto petali;
- con un gioiello luminoso al centro;
- all’interno del quale risplende Oṃ.
Il quadrato richiama la stabilità dell’elemento terra. Ma l’aspetto più interessante è che il mūlādhāra viene definito radice del vāyu, origine del soffio vitale.
Il soffio non viene descritto semplicemente mentre sale attraverso gli altri centri. Dal mūlādhāra si diffonde attraverso il corpo, raggiungendo differenti porte e facoltà sensoriali.
Non abbiamo quindi una scala composta da cinque stazioni da attraversare ordinatamente, ma un centro radicale dal quale il soffio pervade l’intero organismo.
2. Nābhi: il centro del nettare
Il secondo centro si trova nell’ombelico ed è la dimora di Viṣṇu.
Viene descritto come un loto a dieci petali. Al suo interno appare una luminosità simile al sole appena sorto e, dentro questa luce, si trova amṛta, il nettare dell’immortalità.
Il centro è collegato agli organi intestinali e alle funzioni che sostengono la vita. La corrispondenza con Viṣṇu è quindi coerente: come Viṣṇu preserva il cosmo, il centro ombelicale conserva e alimenta il corpo.
È significativo che il nettare non venga collocato alla sommità del capo, come accade in altri sistemi yogici, ma nell’ombelico.
Ciò dimostra che simboli come il Sole, la Luna e amṛta non occupano sempre le stesse posizioni. Ogni tradizione li organizza secondo la propria teologia e la propria concezione del corpo.
3. Hati: il Cuore come centro della vita
Il terzo centro è chiamato hati, termine che indica il Cuore o la regione del petto. Qui dimora Rudra.
Il testo descrive un loto con trentuno petali, circondato dal fuoco. Al suo interno si trovano diversi livelli concentrici:
- nel fuoco si trova il Sole;
- nel Sole si trova la Luna;
- nella Luna appare una luce simile a un diamante;
- nella luce risiede il prāṇavāyu;
- dentro il prāṇavāyu si trova il prāṇaliṅga.
È una struttura fatta di involucri progressivamente più sottili. Più che un singolo oggetto situato nel petto, sembra rappresentare un percorso verso la sorgente della vita.
Rudra governa qui lo stato di veglia. Entra attraverso gli occhi e mette in movimento la visione e il pensiero.
In altri passaggi del testo, la regione del Cuore è collegata alla presenza di Śiva e al dominio sottile della liberazione. Non costituisce quindi soltanto il terzo gradino di un’eventuale ascesa, ma uno dei luoghi centrali dell’intera geografia interiore.
4. Kaṇṭha: il centro della parola
Il quarto centro si trova nella gola ed è la dimora di Īśvara.
Viene descritto come:
- un loto bianco;
- dotato di dieci petali;
- contenente una luminosità simile a un diamante.
Īśvara entra attraverso la bocca e agisce come parola. Nello stesso tempo custodisce lo stato del sonno.
L’associazione può sembrare insolita a chi è abituato a considerare la gola semplicemente come il chakra della comunicazione personale. Nel Gaṇapatitattva, tuttavia, non troviamo interpretazioni psicologiche di questo genere.
Parola, soffio e sospensione della coscienza ordinaria sono espressioni di una medesima potenza divina.
5. Jihvāgra: il centro sulla punta della lingua
Il quinto centro è il più sorprendente. Non si trova fra le sopracciglia e neppure alla sommità del capo. È situato sulla punta della lingua, jihvāgra, ed è la dimora di Sadāśiva.
Il testo descrive:
- un loto ancora chiuso, simile a un bocciolo;
- cinque colori;
- un gioiello chiamato bindusāra;
- dentro il gioiello, un cristallo perfettamente puro;
- all’interno del cristallo, lo śūnyanirvāṇa, il Vuoto supremo.
Il cristallo, śuddhasphaṭika, rappresenta una coscienza trasparente e incontaminata. Nel suo nucleo non troviamo un’altra forma divina, ma il Vuoto della liberazione.
Sadāśiva custodisce la conoscenza totale, sarvajñāna. La sua porta sensoriale è l’orecchio e la sua attività è il suono.
Perché proprio la lingua?
Il testo non spiega direttamente perché il centro più sottile venga localizzato sulla punta della lingua. Possiamo però comprenderne il significato alla luce della cosmologia iniziale.
L’universo nasce dallo śabda-śūnya, da Oṃ e dal bindu. Il suono non è considerato una semplice vibrazione fisica: è il principio attraverso il quale ciò che è ancora non manifestato acquista forma.
La lingua si trova simbolicamente al confine fra:
- silenzio e parola;
- pensiero e suono;
- interiorità ed espressione;
- coscienza e manifestazione.
Il centro sulla punta della lingua può quindi rappresentare il punto nel quale il movimento della creazione viene invertito: la parola ritorna al suono, il suono al bindu e il bindu al Vuoto dal quale tutto è emerso.
La meta non consiste necessariamente nel salire verso un punto più alto nello spazio. Consiste nel ritornare dalla manifestazione alla sua sorgente silenziosa.
Non centri energetici, ma dimore divine
La principale differenza rispetto al linguaggio moderno non riguarda soltanto il numero dei centri.
Oggi un chakra viene spesso descritto come:
- un vortice energetico;
- una batteria da ricaricare;
- un centro che può essere aperto o bloccato;
- la sede di una funzione psicologica.
Nel Gaṇapatitattva, invece, i centri sono soprattutto santuari corporei. Ospitano le potenze che hanno generato il cosmo e che continuano a sostenere l’esperienza umana.
Il centro non è propriamente la forza: è la dimora nella quale la forza divina si rende presente.
Questa concezione ricorda la funzione dei cakra in diverse tradizioni tantriche antiche. Essi potevano essere luoghi nei quali installare ritualmente:
- divinità;
- mantra;
- lettere;
- territori sacri;
- differenti livelli cosmici.
Il corpo diventava così un tempio, un maṇḍala e una geografia sacra.
E Kuṇḍalinī?
Nel sistema dei cinque centri del Gaṇapatitattva, Kuṇḍalinī non viene menzionata.
Non troviamo:
- una Dea-serpente addormentata;
- un’energia femminile avvolta alla base della colonna;
- una corrente che attraversa successivamente i cinque loti;
- l’unione finale di Kuṇḍalinī con Śiva alla sommità del capo.
Ciò dimostra che cakra e Kuṇḍalinī non sono sempre concetti inseparabili. Esistono testi tantrici che descrivono centri corporei senza parlare di Kuṇḍalinī, così come esistono descrizioni di Kuṇḍalinī che non presentano il sistema oggi familiare dei sette chakra.
Nel Gaṇapatitattva, la funzione cosmogonica che in altri contesti viene associata a Kuṇḍalinī sembra essere svolta soprattutto da Oṃ e dal bindu. Da essi emergono le divinità, le percezioni, gli elementi, il corpo e l’universo.
Una pratica o una cosmologia?
Dobbiamo infine evitare di trasformare automaticamente la descrizione in una tecnica.
Il Gaṇapatitattva non precisa se i cinque centri debbano essere visualizzati secondo una particolare sequenza meditativa oppure se costituiscano soprattutto un’esposizione ontologica del rapporto fra corpo e cosmo.
È plausibile che potessero essere utilizzati come punti di concentrazione sulle potenze divine. Questa lettura è coerente con altre pratiche tantriche giavanesi e balinesi. Ma il passo non presenta istruzioni complete per “attivare” i centri.
La direzione fondamentale non sembra propriamente ascendente. È piuttosto un movimento verso l’interno:
- dal corpo alla facoltà che lo anima;
- dalla facoltà alla divinità;
- dalla divinità al bindu;
- dal bindu al Vuoto.
Una lezione per lo yoga contemporaneo
l Gaṇapatitattva non dimostra che il sistema moderno dei sette chakra sia falso. Dimostra che non è l’unico sistema possibile e mostra quanto il modello oggi dominante — sette centri fissi, associati a colori, qualità psicologiche e forme di equilibrio personale — si sia allontanato dalla varietà e dalla funzione cosmologica, rituale e contemplativa delle mappe tantriche premoderne.
La stessa letteratura balinese conserva anche un modello di sette loti, descritto nel Dharma Śūnya Kakawin. Due testi appartenenti al medesimo ambiente culturale possono quindi proporre mappe differenti del corpo senza che una debba necessariamente cancellare l’altra.
La domanda non dovrebbe essere soltanto:
«Quanti chakra esistono?»
Dovremmo domandarci:
«Che cosa rappresentano i chakra in questo particolare testo e in questa particolare tradizione?»
Nel Gaṇapatitattva non sono principalmente strumenti per aumentare l’energia, migliorare l’autostima o esprimere più liberamente le emozioni. Sono i luoghi nei quali le potenze cosmiche continuano a generare l’esperienza umana.
Forse, allora, la domanda non è soltanto:
«Come posso aprire i miei chakra?»
Ma:
«Come posso riconoscere nel mio corpo le stesse forze che danno forma al mondo?»
Il sistema dei cinque centri del Gaṇapatitattva non invita necessariamente a salire verso una vetta. Invita a scoprire che il cosmo, le divinità, i sensi e il Vuoto dal quale tutto emerge sono già presenti nell’esperienza corporea.
Il corpo non è qualcosa da oltrepassare. È il luogo nel quale l’universo diviene cosciente di sé.
Fonti :
- Singhal, Sudarshana Devi, ed. e trad. Gaṇapati-Tattva: An Old-Javanese Philosophic Text. New Delhi: International Academy of Indian Culture, 1958.
- Yudiantara, I Putu. “Kuṇḍalinī and Cakra in Balinese Yoga Tradition.” 2024.