Haṭhābhyāsapaddhati

A Manual on the Practice of Haṭhayoga è l’edizione critica e la traduzione inglese della Haṭhābhyāsapaddhati, un testo sanscrito dedicato alla pratica dell’Haṭhayoga, probabilmente composto nel XVIII secolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il volume è stato curato da Jason Birch, Mark Singleton e James Mallinson ed è stato pubblicato nella collana dedicata all’Haṭhayoga dell’Institut Français de Pondichéry e dell’École française d’Extrême-Orient.

La Haṭhābhyāsapaddhati è particolarmente importante perché contiene istruzioni pratiche molto più dettagliate rispetto a molti altri manuali premoderni di yoga. Il testo affronta la costruzione dello spazio destinato alla pratica, le norme di comportamento, gli āsana, le tecniche di purificazione, il prāṇāyāma e le mudrā.

 

Il significato del titolo

Il termine sanscrito Haṭhābhyāsapaddhati può essere tradotto come “manuale”, “metodo” o “guida alla pratica dell’Haṭhayoga”.

La parola abhyāsa indica la pratica ripetuta e l’esercizio costante, mentre paddhati designa un metodo organizzato o una guida operativa.

Il titolo descrive quindi in maniera precisa la natura dell’opera: non un trattato prevalentemente filosofico, ma un testo concepito per spiegare come praticare.

L’autore: Kapālakuraṇṭaka

Nelle righe iniziali, il testo viene attribuito a una figura chiamata Kapālakuraṇṭaka.

Gli editori osservano che questo nome non compare in altri testi yoga attualmente conosciuti. Kapālakuraṇṭaka viene però salutato all’inizio dell’opera e potrebbe essere stato considerato un siddha, cioè un praticante che aveva conseguito la padronanza dello yoga.

Gli studiosi rilevano alcune possibili somiglianze con nomi presenti nelle genealogie di siddha riportate in altri testi, ma precisano che non è possibile stabilire con certezza un’identificazione.

Un testo destinato ai praticanti

La Haṭhābhyāsapaddhati è conservata integralmente in un manoscritto proveniente da Pune, probabilmente utilizzato come quaderno personale.

Il sanscrito dell’opera non presenta lo stile raffinato della letteratura filosofica o poetica. È scritto in un registro semplice e, in alcuni punti, irregolare.

Secondo gli editori, queste caratteristiche indicano che il testo fu probabilmente composto e trasmesso in ambienti di praticanti. Le istruzioni sono concrete e includono misure, materiali, quantità, movimenti corporei e modalità di esecuzione.

La datazione

La Haṭhābhyāsapaddhati fu probabilmente composta nel XVIII secolo.

La datazione si basa soprattutto sul confronto con lo Śrītattvanidhi, un’opera realizzata alla corte reale di Mysore nel XIX secolo.

Le descrizioni degli āsana presenti nello Śrītattvanidhi corrispondono quasi parola per parola a quelle della Haṭhābhyāsapaddhati. Tuttavia, nello Śrītattvanidhi l’ordine delle posture è stato modificato.

Gli editori concludono che fu lo Śrītattvanidhi a utilizzare un testo appartenente alla tradizione manoscritta della Haṭhābhyāsapaddhati, e non il contrario.

Poiché la versione conosciuta a Mysore presentava già errori e lacune derivanti dalla trasmissione manoscritta, gli studiosi ritengono necessario ipotizzare un certo periodo di circolazione precedente. Per questo propongono il XVIII secolo come data probabile di composizione.

Un’opera incompleta

Il testo oggi disponibile sembra essere incompleto.

La Haṭhābhyāsapaddhati termina improvvisamente nella sezione dedicata alle dieci mudrā e non presenta un colophon finale.

Non contiene inoltre una sezione conclusiva sul samādhi o sul rājayoga, argomenti che spesso occupano la parte finale dei trattati di Haṭhayoga.

Gli editori considerano quindi possibile che il manoscritto conservato rappresenti una versione abbreviata oppure incompleta di un’opera più estesa.

A chi era destinata la Haṭhābhyāsapaddhati?

Le righe iniziali presentano la pratica dell’Haṭhayoga come un metodo destinato a un pubblico molto ampio.

Il manuale si rivolge a coloro che soffrono a causa della trasmigrazione, alle persone fortemente attaccate agli oggetti dei sensi, a coloro che sono caduti dalla propria condizione sociale e perfino a chi ha compiuto azioni particolarmente gravi.

Il testo non limita esplicitamente la pratica a una determinata casta o appartenenza religiosa. Non afferma inoltre che sia necessaria un’iniziazione rituale per praticare l’Haṭhayoga.

Sono presenti elementi che suggeriscono una preferenza vaiṣṇava dell’autore, come il mantra di Vāsudeva, i nomi di Viṣṇu e il canto dei nomi divini. Tuttavia, il testo menziona anche Matsyendra e Gorakṣa e ammette l’utilizzo di scritture e immagini appartenenti ad altre tradizioni.

La possibile provenienza geografica

Gli editori suggeriscono che il testo possa essere stato composto nel Maharashtra, oppure da una persona che conosceva la lingua e le usanze della regione.

Questa ipotesi si basa su un passaggio relativo alla Vajrolīmudrā, nel quale viene indicato il nome utilizzato nel Maharashtra per una particolare varietà di erba.

Gli autori sottolineano che riferimenti geografici di questo genere sono piuttosto rari nei testi premoderni di yoga.

La struttura della pratica

La Haṭhābhyāsapaddhati presenta un percorso pratico organizzato in diverse sezioni:

  • la capanna dello yogin;
  • yama e niyama;
  • āsana;
  • tecniche di purificazione;
  • prāṇāyāma;
  • mudrā.

Le pratiche non sono presentate come discipline isolate. Il testo stabilisce una progressione precisa.

Gli āsana rendono il corpo saldo e preparano il praticante alle tecniche di purificazione. Le purificazioni precedono le ritenzioni respiratorie, mentre il prāṇāyāma prepara alla realizzazione delle mudrā.

La capanna dello yogin

La sezione iniziale contiene istruzioni molto dettagliate riguardanti gli spazi destinati alla pratica.

Il testo non descrive una sola capanna, ma diversi ambienti adatti a pratiche differenti.

Per le mudrā viene prescritta una capanna ricoperta di cenere. Per gli āsana è indicato uno spazio rivestito di terra rossastra, mentre per le tecniche di purificazione si raccomanda una superficie intonacata.

Per dormire viene suggerito l’uso di una pelle animale, come quella di tigre. Per la pratica di Vajrolī viene invece indicato un tessuto di cotone.

Alcuni āsana richiedono un ambiente particolarmente alto. Il testo prescrive infatti una struttura con un soffitto di circa tre lunghezze d’arco, necessaria per eseguire le posture con la corda e gli esercizi di arrampicata.

Yama e niyama

La Haṭhābhyāsapaddhati presenta complessivamente venticinque yama e niyama.

I loro nomi sono introdotti attraverso due versi tratti dal Bhāgavatapurāṇa, seguiti da spiegazioni in prosa specificamente rivolte ai praticanti di Haṭhayoga.

Tra gli insegnamenti discussi compaiono il non attaccamento, la purezza, il contenimento, l’ospitalità, la fede, il non accumulare beni e l’impegno nell’aiutare gli altri.

Il testo definisce la fede anche come fiducia negli insegnamenti di Matsyendra, Gorakṣa e di altri maestri.

Il termine tapas non viene interpretato principalmente come mortificazione fisica, digiuno o esposizione al calore, ma come compimento del proprio dovere religioso.

Le 112 posture

La sezione più estesa e conosciuta della Haṭhābhyāsapaddhati descrive 112 āsana.

Secondo gli editori, si tratta della più ampia e sofisticata pratica di posture complesse descritta in un testo yoga composto prima del XX secolo.

La maggior parte di queste posture non compare negli altri manuali di Haṭhayoga.

Alcune, come Siddhāsana, Kukkuṭāsana, Matsyendrāsana e Dhanurāsana, sono invece già conosciute attraverso testi precedenti.

La particolarità della raccolta non dipende soltanto dal numero degli āsana. Molte posture richiedono movimenti ripetuti, l’utilizzo di corde, il sostegno di una parete oppure spostamenti dinamici del corpo.

Le sei categorie di āsana

Le 112 posture vengono suddivise in sei gruppi:

  1. posture supine, eseguite con il dorso rivolto verso il suolo;
  2. posture prone, eseguite con la parte anteriore del corpo rivolta verso il suolo;
  3. posture stazionarie;
  4. posture in piedi;
  5. posture con la corda;
  6. posture che penetrano il Sole e la Luna.

La successione delle posture è importante perché alcune descrizioni iniziano facendo riferimento alla posizione precedente.

Questo elemento ha permesso agli editori di stabilire che l’ordine conservato nella Haṭhābhyāsapaddhati è più antico di quello dello Śrītattvanidhi.

Le posture con la corda

Dieci āsana prevedono l’utilizzo di una corda.

Tra questi compare Svargāsana, la “postura della salita al cielo”, nella quale il praticante si arrampica lungo una corda verticale.

La presenza di queste posture spiega perché il testo prescriva una capanna con un soffitto molto alto.

Altre posture prevedono oscillazioni, movimenti simili a quelli di un cavallo e azioni ripetute. Il corpo non viene quindi mantenuto sempre immobile, ma può essere sottoposto a esercizi dinamici e sequenziali.

Lo scopo degli āsana

Nella Haṭhābhyāsapaddhati gli āsana non costituiscono il punto di arrivo della pratica.

La sezione viene introdotta dichiarando che le posture servono a rendere il praticante capace di eseguire le tecniche di purificazione.

Alla fine della sezione viene ribadito che, quando la pratica degli āsana ha prodotto fermezza nel corpo, lo yogin può dedicarsi agli ṣaṭkarma.

Il ruolo delle posture è quindi quello di preparare e rafforzare il corpo in vista delle pratiche successive.

Le tecniche di purificazione

Sebbene il testo utilizzi il termine ṣaṭkarma, letteralmente “sei azioni”, descrive in realtà nove pratiche di purificazione:

  • Bhrāmaṇakriyā;
  • Ādhāraśuddhikriyā;
  • Nauli;
  • Dhauti;
  • Gajakaraṇī;
  • Netī;
  • Manthanapraveśa;
  • Kapālabhātī;
  • Trāṭaka.

Alcune di queste tecniche non sono presenti nella Haṭhapradīpikā.

Bhrāmaṇakriyā e Ādhāraśuddhikriyā sono rivolte alla pulizia del retto e dell’ano. Prima della pratica di Nauli, il praticante deve contrarre ripetutamente l’ano, imitando il movimento osservato nel cavallo.

Manthanapraveśa richiede l’utilizzo di sonde ricurve, realizzate con materiali differenti e inserite nel naso, nelle orecchie e negli occhi per pulirli.

Anche Trāṭaka, la pratica dello sguardo fisso, viene descritta con maggiore precisione rispetto ad altri testi. Vengono indicati diversi oggetti sui quali dirigere lo sguardo in relazione a scopi specifici.

Le indicazioni alimentari

La Haṭhābhyāsapaddhati contiene anche prescrizioni riguardanti gli alimenti considerati adatti alla pratica.

Il testo afferma che alcune di queste indicazioni provengono da un’opera medica.

Il praticante viene invitato a non ricercare il piacere nel cibo e a consumarlo come se fosse una medicina.

Viene inoltre consigliato di mangiare rapidamente e di non concentrare l’attenzione né sul sapore né sui difetti degli alimenti.

Gli otto kumbhaka

Dopo le purificazioni vengono insegnate otto forme di ritenzione del respiro:

  • Sūryabhedana;
  • Ujjāyī;
  • Sītkāra;
  • Śītalī;
  • Bhastrikā;
  • Bhrāmarī;
  • Mūrcchā;
  • Kevalakumbhaka.

Le descrizioni presentano numerose somiglianze con quelle della Haṭhapradīpikā, ma contengono anche differenze.

La Plāvinī non è inclusa nell’elenco, mentre compare il Kevalakumbhaka. Alcune tecniche vengono eseguite senza gli elementi normalmente descritti in altri testi.

Prima degli otto kumbhaka viene inoltre insegnato un metodo definito “movimento di tutti i venti”, nel quale il respiro viene guidato attraverso differenti regioni del corpo mediante la manipolazione dell’addome, della gola e del pavimento pelvico.

Le dieci mudrā

La parte finale conservata dell’opera descrive dieci mudrā:

  • Śakticālana;
  • Vajrolī;
  • Mahāmudrā;
  • Mahābandha;
  • Mahāvedha;
  • Mūlabandha;
  • Uḍḍīyāna;
  • Jālandhara;
  • Khecarī;
  • Viparītakaraṇī.

Molti insegnamenti sono simili a quelli della Haṭhapradīpikā, ma la Haṭhābhyāsapaddhati aggiunge numerosi dettagli tecnici.

Vengono descritte la manipolazione del respiro in differenti aree del corpo, l’azione dei bandha e particolari modalità di esecuzione di Viparītakaraṇī.

Khecarīmudrā

La descrizione di Khecarīmudrā è particolarmente dettagliata.

Prima di iniziare la pratica, il testo prescrive la pulizia del naso, delle orecchie e degli occhi mediante sonde.

Vengono poi elencati più di dodici tipi di lame utilizzabili per incidere il frenulo della lingua. Il manuale spiega come realizzare la lama, come effettuare l’incisione e come sottoporre progressivamente la lingua a differenti manipolazioni.

Tra queste vengono menzionati lo stiramento, il movimento, la cosiddetta “mungitura” e lo sfregamento inverso.

Quando la lingua è stata introdotta nella cavità rinofaringea, viene praticata anche una particolare tecnica respiratoria.

Vajrolīmudrā

La sezione dedicata a Vajrolīmudrā è una delle più estese e dettagliate conosciute nella letteratura dell’Haṭhayoga.

Vajrolī viene definita come la capacità di aspirare aria attraverso l’apertura del pene e di guidarla verso l’alto, fino al brahmarandhra, l’apertura situata alla sommità del capo.

Il testo descrive una lunga preparazione, che comprende l’inserimento nell’uretra di steli vegetali, sonde e tubi realizzati con materiali differenti.

La pratica può provocare dolore intenso, febbre e paura della morte. Per questo vengono prescritti assistenti incaricati di sostenere il praticante e diversi rimedi per alleviare il dolore e la febbre.

Tra i rimedi menzionati figurano il canto dei nomi divini, il riposo su un letto di cenere purificata, alcune preparazioni vegetali e, in determinate condizioni, l’abbraccio con una donna.

Il testo descrive inoltre l’utilizzo di un tubo cavo attraverso il quale il praticante aspira aria o preparazioni vegetali, contraendo ripetutamente la parte inferiore dell’addome.

Gli scopi principali della pratica sono il controllo del desiderio sessuale e la prevenzione della perdita del seme.

Il rapporto con lo Śrītattvanidhi

Le descrizioni delle posture della Haṭhābhyāsapaddhati furono incorporate nello Śrītattvanidhi, un’opera commissionata dal maharaja di Mysore Kṛṣṇarāja Woḍeyar III.

Lo Śrītattvanidhi presenta illustrazioni delle posture, ma ne modifica l’ordine e, in alcuni casi, cerca di colmare le lacune del testo attraverso nuove denominazioni.

Gli editori dimostrano che lo Śrītattvanidhi dipende da una versione manoscritta della Haṭhābhyāsapaddhati perché conserva alcuni degli stessi errori, omissioni e letture corrotte.

La Haṭhābhyāsapaddhati e Krishnamacharya

Gli autori del volume ritengono probabile che T. Krishnamacharya abbia avuto accesso, negli archivi del palazzo di Mysore, a un manoscritto della Haṭhābhyāsapaddhati o a materiale derivato da essa.

Secondo la formulazione degli editori, il testo potrebbe aver fornito ispirazione e autorità tradizionale ad alcune innovazioni introdotte da Krishnamacharya nella pratica posturale.

Questa possibilità viene presentata dagli studiosi come una ricostruzione probabile basata sui rapporti testuali e storici tra la Haṭhābhyāsapaddhati, lo Śrītattvanidhi e l’ambiente del palazzo di Mysore.

L’edizione critica moderna

Il volume curato da Jason Birch, Mark Singleton e James Mallinson comprende:

  • un’introduzione storica e filologica;
  • l’analisi dei manoscritti di Pune e Mysore;
  • l’edizione critica del testo sanscrito;
  • una traduzione inglese annotata;
  • un’appendice dedicata ai rapporti con lo Śrītattvanidhi;
  • una bibliografia delle fonti primarie e secondarie.

L’edizione si basa principalmente sul manoscritto completo conservato a Pune e su un manoscritto incompleto proveniente da Mysore.

Il confronto tra le differenti testimonianze ha permesso agli editori di correggere errori, ricostruire passaggi corrotti e analizzare la trasmissione dell’opera.

Conclusione

La Haṭhābhyāsapaddhati documenta una forma di Haṭhayoga caratterizzata da un addestramento corporeo complesso, progressivo e dettagliato.

Il testo descrive spazi specifici per la pratica, venticinque norme di comportamento, 112 posture, nove tecniche di purificazione, otto forme di kumbhaka e dieci mudrā.

La sua sezione sugli āsana costituisce il repertorio più ampio e sofisticato oggi conosciuto in un’opera yoga composta prima del XX secolo.

Il collegamento testuale con lo Śrītattvanidhi mostra inoltre che gli insegnamenti della Haṭhābhyāsapaddhati raggiunsero la corte di Mysore nel XIX secolo.

L’edizione critica di questo manuale rende oggi accessibile una testimonianza fondamentale per lo studio storico della pratica dell’Haṭhayoga.