Ma il Rājayoga è davvero lo Yoga di Patañjali?
Chi pratica yoga avrà probabilmente sentito molte volte questa affermazione:
«L’Haṭhayoga prepara al Rājayoga.»
Ed è vero. La Haṭhapradīpikā, uno dei testi più importanti della tradizione haṭhayogica, dichiara fin dai primi versi che l’Haṭhayoga viene insegnato per condurre al Rājayoga.
Il problema nasce quando questa frase viene automaticamente interpretata così:
L’Haṭhayoga prepara il corpo e il respiro; il Rājayoga conduce poi alla meditazione attraverso le otto componenti di Patañjali.
Da questa lettura deriva una distinzione oggi molto diffusa:
Haṭhayoga = corpo
Rājayoga = mente e meditazione
Rājayoga = Yoga di Patañjali
Ma è davvero questo il significato che il termine Rājayoga aveva nei testi medievali?
Anche Wikipedia offre due risposte differenti
La confusione emerge già confrontando le voci italiana e inglese di Wikipedia.
La voce italiana identifica direttamente il Rājayoga con lo Yoga classico codificato da Patañjali.
La voce inglese, più aggiornata dal punto di vista storico, distingue invece il significato medievale del termine — prevalentemente associato al samādhi — dalla sua successiva identificazione moderna con lo Yoga di Patañjali.
Wikipedia non è naturalmente una fonte primaria. Il confronto è però significativo: la voce italiana riflette ancora la definizione dominante nello yoga moderno, mentre quella inglese ha recepito maggiormente le più recenti ricostruzioni storiche.
Perché è importante distinguere il significato antico da quello moderno?
A questo punto potrebbe sorgere un dubbio:
È davvero importante capire che cosa significasse Rājayoga nei testi medievali, se oggi il termine viene comunemente associato allo Yoga di Patañjali?
Dipende dal contesto.
Nel linguaggio contemporaneo, l’associazione tra Rājayoga e Pātañjalayoga è ormai consolidata e perfettamente comprensibile.
Il problema nasce quando leggiamo i testi antichi attribuendo automaticamente alle loro parole il significato acquisito in epoca moderna.
È ciò che accade spesso con la Haṭhapradīpikā. Poiché il testo afferma che l’Haṭhayoga conduce al Rājayoga, si conclude che l’Haṭhayoga sarebbe una preparazione fisica allo Yoga meditativo di Patañjali.
Ma questa interpretazione presuppone proprio ciò che dovrebbe essere dimostrato: che nel XV secolo il termine Rājayoga fosse già sinonimo di Pātañjalayoga.
Non si tratta quindi di stabilire quale uso sia oggi corretto, ma di evitare che una definizione moderna venga proiettata retroattivamente su un testo medievale.
Patañjali non usa il termine Rājayoga
Il primo dato da chiarire è semplice: il termine Rājayoga non compare negli Yogasūtra né nel loro antico commento.
Patañjali presenta un percorso in otto componenti, l’Aṣṭāṅgayoga:
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yama;
-
niyama;
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āsana;
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prāṇāyāma;
-
pratyāhāra;
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dhāraṇā;
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dhyāna;
-
samādhi.
Ma non chiama questo sistema Rājayoga.
Il termine compare nella letteratura yogica molti secoli dopo e viene collegato alla tradizione commentariale dello Yogasūtra soltanto a partire dal XVI secolo. Anche allora, però, continua a indicare soprattutto il samādhi, non l’intero sistema di Patañjali.
L’Amanaska è una delle prime definizioni di Rājayoga
Una delle più antiche definizioni conservate di Rājayoga si trova nell’Amanaska, un testo śaiva composto probabilmente entro il XII secolo.
Qui il Rājayoga viene definito in due modi:
-
è il “re” di tutti gli Yoga;
-
conduce al “re”, cioè al Sé supremo.
È inoltre associato ad amanaska, letteralmente “senza mente”: uno stato naturale di samādhi nel quale l’attività mentale è cessata.
Non si tratta del sistema di Patañjali.
L’Amanaska non utilizza la metafisica di puruṣa e prakṛti, non adotta la classificazione pātañjala del samādhi e critica apertamente le vie graduali fondate su āsana, prāṇāyāma, mudrā, bandha e mantra.
Il suo Rājayoga è una via diretta verso il samādhi, realizzato soprattutto attraverso la Śāmbhavīmudrā, il distacco e la grazia del maestro.
In una delle sue più antiche definizioni documentate, quindi, il Rājayoga non è il nome dello Yoga di Patañjali, ma una via śaiva orientata direttamente allo stato senza mente.
Rājayoga come samādhi
Tra il XII e il XV secolo, Rājayoga viene utilizzato prevalentemente come sinonimo di samādhi, lo stato culminante della pratica.
Non esisteva però un unico metodo chiamato Rājayoga. Testi differenti proponevano vie differenti per raggiungerlo:
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nell’Amanaska, attraverso la Śāmbhavīmudrā;
-
nel Dattātreyayogaśāstra e nello Yogabīja, attraverso Mantrayoga, Layayoga o Haṭhayoga;
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nell’Amaraughaprabodha, mediante l’assorbimento della mente nel suono interiore;
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nella Śivasaṃhitā e nella Śārṅgadharapaddhati, anche attraverso visualizzazioni, cakra e Kuṇḍalinī.
Esisteva dunque un ampio consenso sul fatto che il Rājayoga fosse il compimento della pratica, ma non sul metodo necessario per raggiungerlo.
Un’eccezione significativa è l’Aparokṣānubhūti, che presenta un sistema vedāntico di Rājayoga articolato in quindici componenti. Si tratta però di un uso atipico rispetto alla maggior parte dei testi medievali, nei quali Rājayoga indica soprattutto il samādhi.
Che cosa significa Rājayoga nella Haṭhapradīpikā?
È in questo contesto che va letta la famosa affermazione secondo cui l’Haṭhayoga conduce al Rājayoga.
Nella Haṭhapradīpikā, il Rājayoga è il samādhi, il compimento del percorso.
L’Haṭhayoga conduce al Rājayoga perché le sue pratiche trasformano progressivamente il corpo, il respiro, il prāṇa e la mente.
Il testo afferma inoltre che Haṭha e Rāja dipendono reciprocamente l’uno dall’altro:
Senza Haṭha il Rājayoga non riesce, e senza Rājayoga neppure l’Haṭhayoga giunge a compimento.
L’Haṭhayoga non viene quindi presentato come una semplice preparazione fisica da abbandonare quando comincia la meditazione.
Il quarto capitolo della Haṭhapradīpikā è dedicato al samādhi e comprende pratiche e stati come:
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Śāmbhavīmudrā;
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Khecarīmudrā;
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nādānusandhāna, l’assorbimento nel suono interiore;
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laya, la dissoluzione della mente;
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unmanī e amanaska, gli stati oltre l’attività mentale;
-
samādhi.
La meditazione non viene aggiunta all’Haṭhayoga dall’esterno: è parte integrante del suo percorso.
Lo stesso testo riconosce inoltre che esistevano numerose opinioni su come raggiungere il Rājayoga. Svātmārāma cerca di ordinare questa pluralità, integrando in un unico percorso pratiche corporee, respiratorie e contemplative provenienti da fonti differenti.
Un termine, pratiche differenti
Nei secoli successivi il termine Rājayoga continuò a essere utilizzato in contesti molto diversi. Pur mantenendo generalmente l’idea di uno stato o metodo supremo, le tecniche associate al suo conseguimento potevano cambiare notevolmente.
Alcuni testi lo collegano all’assorbimento nel suono interiore (nāda), altri alla meditazione sulla luce o all’ascesa di Kuṇḍalinī. In altre fonti il Rājayoga viene associato alla ritenzione del bindu, all’unione o al controllo dei fluidi sessuali e a pratiche come la Vajrolīmudrā.
In alcuni casi viene sfruttato anche il doppio significato di rajas: oltre al riferimento alla regalità, il termine può indicare il fluido sessuale femminile. Il Rājayoga può così essere reinterpretato come unione di rajas e retas, il seme maschile.
Questa varietà mostra che Rājayoga non indicava necessariamente una tecnica o una scuola precisa: tradizioni differenti potevano utilizzare lo stesso nome per indicare il proprio metodo supremo o il compimento della pratica.
La distinzione tra Yoga del corpo e Yoga della mente è moderna
La divisione:
Haṭhayoga = yoga fisico
Rājayoga = yoga mentale
può essere utile dal punto di vista didattico, ma non descrive bene la struttura dei testi medievali.
Nello yoga contemporaneo l’Haṭhayoga viene spesso ridotto soprattutto agli āsana, eventualmente accompagnati da qualche tecnica respiratoria e da un rilassamento finale. L’Haṭhayoga premoderno comprendeva invece un repertorio molto più ampio: purificazioni, prāṇāyāma, mudrā, bandha, pratiche sul corpo sottile e tecniche contemplative orientate al laya e al samādhi.
La meditazione non apparteneva quindi necessariamente a un “altro Yoga” che iniziava dove terminava l’Haṭhayoga, ma poteva rappresentarne il naturale compimento.
Nell’Haṭhayoga premoderno, corpo, respiro e mente costituivano dimensioni interconnesse dello stesso processo yogico.
Quanto influenzò Patañjali il primo Haṭhayoga?
Dire che il Rājayoga medievale non fosse sinonimo di Pātañjalayoga non significa negare l’importanza di Patañjali.
Lo Yogasūtra continuò a essere copiato, studiato e commentato, e la struttura in otto componenti rimase autorevole.
Tuttavia, i primi testi dell’Haṭhayoga non adottano normalmente l’intero sistema pātañjala: non ne condividono necessariamente la metafisica, la terminologia o la classificazione degli stati meditativi.
Secondo Jason Birch, l’influenza diretta di Patañjali sulla prima letteratura del Rājayoga e dell’Haṭhayoga fu, nella migliore delle ipotesi, marginale. Anche quando compare una struttura in otto componenti, gli elementi possono essere definiti in modo differente rispetto allo Yogasūtra.
È quindi importante distinguere:
Aṣṭāṅgayoga
Una struttura yogica organizzata in otto componenti.
Pātañjalayoga
Lo specifico sistema dello Yogasūtra, con la sua metafisica e la sua terminologia.
Rājayoga
Un termine medievale usato soprattutto per indicare il samādhi o la via considerata suprema.
L’Aṣṭāṅgayoga, infatti, non era esclusivo della scuola di Patañjali. Strutture yogiche in sei o otto componenti vennero adottate e reinterpretate anche in ambienti śaiva, buddhisti, vaiṣṇava e jaina. Il Netratantra, per esempio, presenta un sistema in otto componenti inserito in un quadro dottrinale e rituale diverso da quello dello yoga classico (leggi qui l’articolo sullo yoga nel Netra tantra).
Patañjali: una tradizione sopravvissuta nei testi, ma non come lignaggio attivo
Lo Yogasūtra non era scomparso. Continuò a essere copiato, studiato e commentato negli ambienti eruditi, attraverso manoscritti, commentari e grandi compilazioni.
Sul piano della trasmissione pratica, però, la situazione appare diversa. Non è documentato un lignaggio continuo di maestri e discepoli che trasmettesse il Pātañjalayoga come una tradizione yogica vivente, paragonabile alle linee ascetiche nelle quali continuavano a circolare le pratiche dell’Haṭhayoga.
Patañjali sopravviveva quindi soprattutto come autorità testuale e filosofica, non come fondatore di una scuola pratica chiaramente attiva e riconoscibile.
Birch osserva infatti che lo Yogasūtra sembra essere sopravvissuto sul piano letterario e scolastico «senza un apparente lignaggio di guru».
È dunque più corretto dire che la tradizione pātañjala non era completamente estinta, ma che la sua continuità era principalmente testuale ed erudita, piuttosto che quella di un lignaggio operativo ancora centrale nella pratica yogica dell’epoca. La posizione quasi universale attribuita oggi a Patañjali deriva in larga misura dalla sua rivalutazione moderna.
Come nasce l’identificazione moderna?
Il collegamento tra Rājayoga e Patañjali si sviluppa gradualmente.
Nel XVI secolo il termine compare anche nella letteratura commentariale legata allo Yogasūtra. Nel Yogasārasangraha di Vijñānabhikṣu, però, Rājayoga indica ancora soprattutto il samādhi e non l’intero Pātañjalayoga.
Tra il XVI e il XVII secolo, opere come il Yogacintāmaṇi avevano già integrato insegnamenti haṭhayogici, pātañjala, vedāntici e śaiva all’interno della cornice dell’Aṣṭāṅgayoga.
La sintesi di tradizioni differenti non nasce quindi con Vivekananda. La differenza è che questi compendi premoderni accoglievano l’Haṭhayoga, mentre Vivekananda lo separò più nettamente dal proprio Rājayoga.
La piena identificazione moderna si consolida soprattutto nel XIX secolo. Alcuni ambienti teosofici contribuirono a diffondere la divisione tra Haṭha e Rāja e a collegare quest’ultimo agli otto membri.
Il passaggio decisivo avvenne però con Swami Vivekananda, che nel 1896 pubblicò Raja Yoga. Vivekananda non inventò necessariamente questa identificazione, ma contribuì in modo determinante a renderla popolare e internazionale, reinterpretando lo Yogasūtra attraverso il Neo-Vedānta, la spiritualità di Ramakrishna e categorie filosofiche e scientifiche moderne.
Contribuì inoltre a rafforzare la separazione tra Rājayoga e Haṭhayoga, presentando quest’ultimo soprattutto come disciplina corporea e non necessaria alla realizzazione spirituale.
Una contrapposizione che, curiosamente, ricorda quella dell’Amanaska, dove il Rājayoga era già presentato come una via diretta al samādhi rispetto alle pratiche più faticose del respiro e delle mudrā. La differenza fondamentale è che l’Amanaska non identificava affatto questo Rājayoga con Patañjali.
Allora il Rājayoga è lo Yoga di Patañjali?
Dipende dal contesto storico.
Nello yoga moderno, sì.
Da oltre un secolo il termine Rājayoga viene comunemente utilizzato per indicare il sistema di Patañjali. Questo uso è ormai parte della storia dello yoga contemporaneo.
Nei testi medievali, invece, spesso no.
Quando la Haṭhapradīpikā afferma che l’Haṭhayoga conduce al Rājayoga, non sta necessariamente dicendo che conduce a un sistema separato fondato sugli Yogasūtra.
Sta dicendo che il lavoro sul corpo, sul respiro e sulla mente conduce al samādhi, il compimento della pratica.
Perciò è corretto affermare:
«L’Haṭhayoga prepara al Rājayoga.»
Ma è storicamente problematico tradurre automaticamente questa frase come:
«L’Haṭhayoga prepara allo Yoga di Patañjali.»
La prima affermazione appartiene pienamente alla tradizione medievale.
La seconda riflette soprattutto una reinterpretazione moderna.
Il termine continua a trasformarsi
La storia del Rājayoga non termina con Vivekananda.
Nel XX secolo il nome è stato adottato anche da sistemi che hanno poco o nulla a che fare con Patañjali.
I Brahma Kumaris, per esempio, definiscono il Rājayoga come la comunione dell’anima individuale con l’Anima suprema attraverso iniziazione, meditazione, concentrazione e realizzazione. Il loro sistema non deriva direttamente né dal Pātañjalayoga né dal Rājayoga di Vivekananda.
Il caso mostra ancora una volta che Rājayoga non è mai stato un termine dal significato unico e immutabile.
Conclusione
Il Rājayoga non ha sempre indicato lo Yoga di Patañjali.
Nelle sue prime attestazioni yogiche e nella Haṭhapradīpikā, il termine designa soprattutto il samādhi, lo stato culminante della disciplina.
Solo attraverso una lunga assimilazione storica, culminata nell’età moderna e resa celebre da Vivekananda, Rājayoga è diventato uno dei nomi più comuni del sistema pātañjala.
Comprendere questa distinzione non significa rifiutare l’uso moderno del termine. Significa evitare di proiettarlo automaticamente sui testi medievali.
Ciò che rimane relativamente costante non è il contenuto tecnico del Rājayoga, ma la sua connotazione di superiorità: tradizioni differenti hanno utilizzato questo nome per presentare il proprio metodo come la “via regale”, il migliore degli Yoga o il compimento degli altri percorsi.
Fonti principali
Birch, Jason (2013). “Rājayoga: The Reincarnations of the King of All Yogas”. International Journal of Hindu Studies, 17(3), 401–444.
Mallinson, James & Singleton, Mark (2017). Roots of Yoga. Penguin Classics.
Svātmārāma. Haṭhapradīpikā, in particolare capp. 1 e 4.