Lo yoga del corpo sottile nel Netra Tantra
Corpo, respiro, suono e nettare nella via del Conquistatore della morte
In un articolo precedente abbiamo esaminato l’aṣṭāṅgayoga secondo la visione del Netra Tantra. Il testo ne parla nel capitolo VIII, dedicato al paradhyāna, la meditazione suprema. Qui gli otto membri dello yoga vengono reinterpretati come tappe verso il riconoscimento: «Io sono Śiva, senza secondo», dove Śiva indica la coscienza universale e indivisa che costituisce la realtà di ogni esperienza.
Ora possiamo osservare lo stesso percorso dalla prospettiva del corpo sottile, sviluppata nel capitolo VII.
Il Netra Tantra distingue tre livelli della pratica: sthūla, grossolano o concreto; sūkṣma, sottile; e para, supremo.
Nel livello grossolano, la trasformazione avviene attraverso mantra, offerte, diagrammi e consacrazioni. Nel livello sottile, gli stessi simboli vengono trasferiti nel corpo: le nāḍī formano una rete di canali, i nodi segnano punti di passaggio, i chakra scandiscono il percorso interiore e il nettare dell’immortalità si diffonde nell’organismo.
Nel livello supremo, corpo, cosmo, mantra, divinità e coscienza vengono riconosciuti come manifestazioni della medesima realtà.
Il capitolo VII è dedicato allo sūkṣmadhyāna, la meditazione sottile. Il corpo diventa una geografia cosmica, il mantra viene collegato al respiro e alla consapevolezza, Śakti percorre la via centrale e il nettare prodotto nelle regioni superiori ritorna verso il cuore, permeando l’intera corporeità.
Lo sūkṣmadhyāna riunisce così corpo, respiro, suono, visualizzazione e mudrā in un unico processo di protezione, rigenerazione e riconoscimento spirituale.
Prima della pratica sottile: lo sthūladhyāna
Per comprendere lo sūkṣmadhyāna, la meditazione sottile, è utile partire dalla pratica grossolana descritta nel capitolo VI.
Il termine “grossolano” non significa rozzo o inferiore. Indica semplicemente una pratica che utilizza supporti esteriori e materiali: oggetti, sostanze, immagini, gesti e azioni rituali.
Pratiche fondate su una logica simile sono ancora visibili nei templi e nelle cerimonie hindu: offerte nel fuoco, recitazioni di mantra, aspersioni, consacrazioni, uso di fiori, acqua, lampade e recipienti rituali. Queste forme non coincidono necessariamente con quelle descritte nel Netra Tantra, ma aiutano a comprendere come il sacro venga reso presente attraverso elementi concreti e visibili.
Il capitolo VI comprende diverse pratiche:
- il culto di Amṛteśvara o Mṛtyujit, il Conquistatore della morte;
- la recitazione del Netra-mantra;
- le offerte nel fuoco, o homa;
- la costruzione di diagrammi protettivi;
- l’uso di loti, sillabe e recinti rituali;
- la consacrazione di recipienti, o kalaśa;
- l’aspersione rituale, o abhiṣeka;
- la visualizzazione della persona immersa nell’oceano di latte o riempita dal nettare dell’immortalità.
Queste pratiche hanno soprattutto una funzione di protezione, guarigione e rafforzamento della vitalità. Servono anche a pacificare le forze avverse e a prevenire l’apamṛtyu, la morte prematura.
In alcuni riti, il nome della persona viene posto al centro di un loto e circondato da sillabe mantriche. In questo modo il beneficiario viene simbolicamente collocato all’interno di uno spazio ordinato e protetto.
In altre pratiche, l’amṛta, il nettare dell’immortalità, viene visualizzato nel vaso consacrato, intorno al corpo oppure mentre discende sulla persona durante l’aspersione.
Il capitolo VII riprende gli stessi grandi simboli — corpo, mantra, protezione, nettare, guarigione e immortalità — e li trasferisce all’interno del corpo sottile.
Nel capitolo VI, la persona viene collocata dentro un diagramma.
Il nettare che prima era contenuto nel vaso o riversato sul beneficiario viene ora contemplato mentre nasce nelle regioni superiori, ritorna verso il cuore e si diffonde nelle nāḍī.
Anche il mantra viene interiorizzato. Non circonda più soltanto il nome della persona, ma viene collegato al respiro, alla consapevolezza e al senso dell’“Io”.
La pratica grossolana e quella sottile seguono quindi la stessa direzione.
La prima costruisce ritualmente uno spazio protetto intorno alla persona.
La seconda riconosce nel corpo stesso lo spazio nel quale avviene la trasformazione.
È all’interno di questo corpo trasformato in spazio rituale che prende forma la geografia sottile descritta nel capitolo VII.
Il corpo come diagramma vivente
All’inizio del capitolo, il corpo sottile viene descritto mediante numerose classificazioni sovrapposte. Il testo menziona sei chakra, sedici supporti o ādhāra, tre punti contemplativi, cinque vuoti, dodici nodi, tre potenze, tre dimore luminose, tre canali principali, dieci grandi percorsi delle nāḍī e un’immensa rete di ramificazioni secondarie.
Il corpo sottile appare quindi come una struttura multidimensionale, composta da percorsi, intersezioni, spazi, legami, suoni e livelli cosmici.
I chakra sono centri operativi distribuiti lungo il percorso interiore.
Gli ādhāra sono supporti o sedi nei quali una potenza può essere stabilita.
I granthi, i nodi, sono punti di legame e condensazione.
I vyoma, i vuoti, rappresentano aperture o spazi interiori.
Le nāḍī costituiscono la rete attraverso cui il respiro, il mantra, la potenza vitale e il nettare possono essere distribuiti.
Le tre dimore luminose sono associate al Sole, alla Luna e al Fuoco. Esse partecipano alla dinamica delle potenze luminose e vitali presenti nel corpo. Il Fuoco esprime soprattutto trasformazione e riassorbimento; la Luna è collegata al nutrimento e alla produzione del nettare.
All’inizio del capitolo, il corpo appare vulnerabile e attraversato dalla malattia. La vasta rete delle nāḍī, che distribuisce il respiro e le forze vitali, diventa anche il mezzo attraverso cui può avvenire la rigenerazione.
Il nettare della meditazione sottile percorre questa rete, la riempie e trasforma l’intera corporeità.
Il testo afferma che lo yogin può così rivitalizzare se stesso oppure un’altra persona e conseguire un divyadeha, un corpo divino libero dalle malattie.
Lo sūkṣmadhyāna conserva quindi la finalità terapeutica che attraversa il Netra Tantra: la guarigione del corpo e la trasformazione della coscienza appartengono allo stesso percorso.
Il corpo costruito dalla visualizzazione e dal mantra
Acharya Sthaneshwar Timalsina interpreta questa geografia attraverso il concetto di “corpo costruito”.
Mediante il mantra, la visualizzazione e il rito, al corpo percepito come malato e vulnerabile viene sovrapposta una nuova forma: un corpo ordinato, protetto e permeato dalla potenza divina.
Questa costruzione non rimane soltanto mentale. Il corpo visualizzato modifica il modo in cui la persona percepisce e abita la propria corporeità.
Visualizzare canali, centri, divinità e nettare significa quindi imparare a vivere il corpo secondo un nuovo ordine.
Anche il mantra partecipa a questa trasformazione. Le sillabe e le potenze divine vengono contemplate nel corpo fino a formare un “corpo mantrico”, una struttura interiore capace di proteggere e rigenerare la persona.
La pratica mette così in relazione tre dimensioni:
- il corpo fisico;
- il corpo percepito e vissuto;
- il corpo costruito attraverso mantra e visualizzazione.
Un corpo che contiene il cosmo
La geografia descritta nel capitolo è contemporaneamente corporea e cosmologica.
Ogni regione del corpo corrisponde a un livello della manifestazione. Per questo, durante il percorso interiore, lo yogin incontra Māyā, Brahmā, Viṣṇu, Rudra, Īśvara, Sadāśiva, Śakti e Śiva.
Per comprendere questa geografia è utile conoscere la struttura generale della realtà nei trentasei tattva dello Śivaismo.
I tattva descrivono il processo attraverso cui la coscienza universale si manifesta progressivamente come soggetto limitato, mente, sensi, corpo ed esperienza del mondo materiale.
Il corpo dello yogin ricapitola simbolicamente questa discesa della manifestazione. Attraversarlo in senso ascendente significa risalire l’ordine attraverso cui l’unità della coscienza è divenuta molteplicità.
Nella teologia śaiva, le divinità causali possono inoltre essere comprese in rapporto alle cinque azioni cosmiche di Śiva:
- Brahmā è associato alla creazione, sṛṣṭi;
- Viṣṇu al mantenimento, sthiti;
- Rudra al riassorbimento, saṃhāra;
- Īśvara all’occultamento, tirodhāna;
- Sadāśiva alla grazia, anugraha.
Queste figure rappresentano le funzioni attraverso cui il cosmo emerge, viene sostenuto, è riassorbito, nasconde la propria origine e infine la rivela.
Attraversare le loro dimore significa quindi ripercorrere interiormente l’ordine della manifestazione.
Il movimento attraverso il corpo diventa un viaggio attraverso il cosmo. I livelli e le potenze dell’universo vengono riconosciuti come presenti nell’esperienza incarnata.
La struttura attraverso cui la coscienza assume una forma limitata diventa così anche la via attraverso cui può riconoscere nuovamente la propria origine.
I sei chakra del Netra Tantra
All’interno di questa geografia complessa, il testo presenta sei chakra principali. Il loro sistema è diverso dal modello dei sette chakra divenuto comune nello yoga moderno.
Nāḍī-cakra
Il Nāḍī-cakra è collocato nel luogo della generazione ed è associato all’origine della rete dei canali.
Rappresenta la regione radicale nella quale la potenza viene raccolta e dalla quale può iniziare il movimento attraverso il corpo sottile. È il fondamento della trasformazione e della distribuzione delle energie vitali.
Māyā-cakra
Il Māyā-cakra è situato nella regione dell’ombelico.
Māyā indica il livello nel quale l’unità della coscienza appare differenziata in soggetti e oggetti, conoscitori e cose conosciute, tempi e spazi molteplici.
Questo centro rappresenta quindi il processo attraverso cui la coscienza assume la forma della differenziazione.
Yogī-cakra
Lo Yogī-cakra è collocato nel cuore.
Il cuore è un luogo di convergenza, assimilazione e ritorno. Viene attraversato durante il movimento ascendente e assume nuovamente una funzione centrale quando il nettare ritorna verso il corpo.
È la sede nella quale la realizzazione viene accolta e integrata nell’esperienza incarnata.
Bhedana
Bhedana è situato nella regione del palato.
Il nome significa perforazione, apertura o attraversamento. Esprime la funzione dinamica di una soglia che collega differenti livelli del percorso interiore.
Dīpti-cakra
Il Dīpti-cakra è collegato alla regione del bindu.
Dīpti significa luminosità, splendore o irradiazione. In questo centro la coscienza viene contemplata come una presenza sottile, concentrata e luminosa.
Śānta-cakra
Lo Śānta-cakra è associato al nāda, il livello sottile del suono.
Śānta significa pacificato. Qui il suono articolato si avvicina alla propria sorgente non manifesta e la vibrazione differenziata tende verso la quiete.
Questi sei chakra sono inseriti in una rete più ampia di supporti, nodi, vuoti, canali, divinità e livelli del suono.
La loro particolarità mostra che le anatomie sottili tantriche erano molteplici. Differenti tradizioni svilupparono mappe collegate alle proprie pratiche, cosmologie e divinità.
Il sistema del Netra Tantra testimonia una fase antica di elementi che diventeranno centrali nello Haṭha Yoga medievale: la via centrale, l’ascesa di Śakti, l’attraversamento dei nodi, il bindu e la discesa del nettare.
Questi motivi erano quindi già presenti nell’ambiente tantrico śaiva e śākta prima della loro successiva sistematizzazione nei testi haṭhayogici.
Gli ādhāra, i granthi e i vyoma
I sei chakra costituiscono soltanto una parte dell’anatomia sottile.
Il testo menziona sedici ādhāra, cioè supporti o sedi. Il termine indica ciò che sostiene, contiene o offre una base alla potenza e alla consapevolezza.
Particolare importanza assume la regione radicale, chiamata anche janmasthāna, luogo della generazione; kanda, bulbo; kūrma, tartaruga; e mūlādhāra, supporto della radice.
Queste denominazioni esprimono differenti qualità della base: origine, sostegno, stabilità e germinazione della rete sottile. Non indicano necessariamente un unico punto corporeo perfettamente delimitato.
Il testo descrive inoltre dodici granthi, nodi associati a Māyā, alle divinità causali e ai livelli superiori della luce, del bindu, del nāda e di Śakti.
Un nodo è un punto nel quale una regione del corpo, una funzione cosmica e una particolare modalità della coscienza risultano legate insieme.
Attraversare un nodo significa rendere possibile il passaggio oltre quella specifica forma di identificazione.
I cinque vyoma sono vuoti o spazi interiori distribuiti nel luogo della generazione, nell’ombelico, nel cuore e nelle regioni superiori associate al bindu e al nāda.
Il vuoto indica uno spazio di apertura. Grazie a questi spazi, il corpo viene sperimentato come una successione di regioni comunicanti e attraversabili.
Il corpo sottile appare quindi come un insieme di sedi, legami e aperture: gli ādhāra sostengono, i granthi legano e i vyoma aprono lo spazio del movimento.
Śiva e Śakti nel corpo dello yogin
Dopo aver descritto la geografia sottile, il testo identifica la potenza che la attraversa.
La suprema Śakti viene presentata come la natura stessa dello yogin: una potenza già presente in lui e inseparabile da Śiva.
Śiva indica la coscienza universale, la presenza grazie alla quale ogni esperienza può apparire ed essere conosciuta. Śakti è la sua potenza dinamica: la capacità della coscienza di manifestarsi come corpo, pensiero, percezione e universo.
Śiva e Śakti sono due aspetti inseparabili della medesima realtà.
Śiva è la luce della coscienza.
Śakti è la capacità di quella luce di conoscere, agire e manifestarsi.
Il praticante riconosce e orienta una potenza già attiva nel respiro, nella percezione, nella volontà e nella vita corporea.
L’ascesa di Śakti esprime quindi il progressivo riconoscimento della natura della forza che anima l’individuo. Ciò che inizialmente viene vissuto come energia personale si rivela una manifestazione della potenza universale della coscienza.
Gli strumenti della pratica sottile
La pratica combina visualizzazione, respiro, mantra e mudrā.
La visualizzazione trasforma il corpo in una geografia vivente. Il praticante contempla centri, canali, nodi, divinità e spazi interiori, modificando il modo in cui percepisce la propria corporeità e il suo rapporto con il cosmo.
Il respiro raccoglie la consapevolezza e la riconduce verso il centro. Il capitolo attribuisce particolare importanza al madhyamaprāṇa, il soffio mediano situato tra i movimenti di prāṇa e apāna.
Questo spazio rappresenta il centro nel quale le direzioni opposte del respiro vengono ricondotte alla loro origine comune.
Il collegamento con il capitolo VIII è particolarmente significativo. Nella reinterpretazione dell’aṣṭāṅgayoga, il vero āsana consiste nello stabilirsi nel soffio mediano, tra prāṇa e apāna, sostenuti dalla jñānaśakti, la potenza della conoscenza.
Un’operazione presente nella pratica sottile viene così ripresa nel capitolo successivo come significato profondo della postura: stabilirsi consapevolmente nel centro del respiro.
Anche il mantra svolge una funzione decisiva. Nel capitolo VII compare aham, “Io”.
Questo “Io” indica il nucleo fondamentale della soggettività: la presenza del conoscitore prima di ogni pensiero, percezione o azione particolare.
Il mantra viene interiorizzato fino a diventare una forma della consapevolezza.
Il mantra collega inoltre il corpo percepito al corpo visualizzato. Attraverso il respiro e l’attenzione, il suono mantrico partecipa alla costruzione di un mantrakāya o vidyādeha, un corpo costituito dalla presenza delle sillabe e delle potenze divine.
La divinità non è quindi soltanto un oggetto distante di culto. Il mantra rende la sua presenza operativa nel corpo e nella coscienza del praticante.
Il testo menziona inoltre lo spanda, la pulsazione o vibrazione attraverso cui la coscienza manifesta la propria potenza.
Lo spanda può essere compreso come un impulso sottile che rende possibile il movimento interiore della pratica, senza identificarlo necessariamente con un tremore fisico.
Le mudrā partecipano alla configurazione e all’orientamento della pratica. Fra queste compare la Khecarī, “Colei che si muove nello spazio”.
Il testo afferma che, attraverso questa mudrā, il sé viene “sigillato” e può quindi procedere verso l’alto mediante la conoscenza. Kṣemarāja collega il nome Khecarī al movimento nel “cielo della consapevolezza”.
Nel capitolo non viene descritta la tecnica linguale associata alla khecarīmudrā in alcuni testi haṭhayogici successivi. Qui essa appare soprattutto come una mudrā collegata alla stabilizzazione del sé e al movimento ascendente della coscienza.
Visualizzazione, respiro, mantra e mudrā operano insieme. La loro funzione generale è raccogliere Śakti, orientare la coscienza verso la via centrale e trasformare il corpo in un luogo di riconoscimento.
Il movimento della pratica: ascesa e discesa
Flood riconosce nel capitolo VII due sistemi di visualizzazione.
Nel primo, la potenza sale attraverso il corpo, attraversa i differenti livelli e raggiunge Śiva nella regione superiore.
Nel secondo, la stessa ascesa libera il nettare alla sommità; l’amṛta ritorna quindi verso il basso e inonda il corpo.
Kṣemarāja chiama queste due procedure tantra-prakriyā e kula-prakriyā. Entrambe condividono un movimento di raccolta, ascesa, trasformazione e ridistribuzione.
La pratica parte dalla potenza già presente nello yogin. Śakti viene raccolta, collegata al respiro mediano e orientata verso la regione radicale.
Da qui, il mantra e la visualizzazione accompagnano il suo movimento attraverso la via centrale, i supporti, i nodi, i chakra e le dimore divine.
Il testo utilizza l’immagine dell’“ago del suono”: il mantra attraversa ciò che appare chiuso e apre i differenti livelli dell’esperienza.
Il percorso è contemporaneamente corporeo, mantrico e cosmologico. Attraversare una regione del corpo significa attraversare anche un livello della manifestazione.
Il movimento raggiunge infine le regioni superiori associate alla luce, al suono, alla Luna e al bindu. Da qui emerge l’amṛta, il nettare dell’immortalità.
Il nettare ritorna verso il cuore e si diffonde attraverso le nāḍī, raggiungendo l’intera corporeità.
Il cuore assume così una funzione centrale: accoglie la condizione raggiunta nelle regioni superiori e permette che essa venga distribuita nel corpo.
La regione radicale raccoglie la potenza.
La sommità ne rivela la dimensione universale.
Il cuore integra quella realizzazione nella vita incarnata.
L’ascesa attraversa i livelli della manifestazione; la discesa permette a quegli stessi livelli di essere riempiti dal nettare.
L’amṛta raggiunge simbolicamente ogni parte dell’organismo e si espande infine come un oceano.
Samarasatā: il corpo e l’oceano di Śiva
L’oceano di nettare presente nel corpo viene posto in relazione con l’oceano universale di Śiva.
Il testo parla di samarasatā, “uguaglianza di sapore”.
Il termine indica il riconoscimento di una medesima qualità essenziale in realtà inizialmente percepite come distinte. Il nettare interiore e la presenza onnipervadente di Śiva partecipano dello stesso “sapore”.
Il corpo trasformato e l’universo non vengono più contemplati come due domini completamente separati.
L’amṛta è contemporaneamente una sostanza visualizzata, una potenza rigeneratrice, un’esperienza di gioia, un segno della presenza di Amṛteśvara e un simbolo dell’immortalità.
La samarasatā permette al corpo di partecipare alla natura di Śiva.
L’oceano è contemplato nel corpo, ma il corpo è anche immerso nell’oceano universale della coscienza.
Il corpo divino e la guarigione
Il risultato della pratica viene descritto come divyadeha, corpo divino.
All’inizio del capitolo il corpo appare vulnerabile, attraversato da innumerevoli canali, esposto alla malattia e sottoposto al deterioramento.
Alla fine viene contemplato come pervaso dal nettare e capace di contenere e distribuire la potenza divina.
Il divyadeha indica una corporeità trasformata: il corpo diventa il luogo attraverso cui Śakti può manifestarsi e circolare.
Il capitolo afferma inoltre che lo yogin può rivitalizzare se stesso oppure un’altra persona. La pratica sottile conserva così la funzione terapeutica della pratica grossolana.
Nel capitolo VI, la persona viene protetta mediante diagrammi, mantra, offerte e consacrazioni. Nel capitolo VII, la stessa trasformazione viene realizzata nella geografia sottile del corpo.
Il nettare, il mantra e le potenze divine ricostruiscono simbolicamente un corpo ordinato, protetto e integrato.
Ciò che cambia non è soltanto la condizione corporea, ma anche il modo in cui la persona sperimenta se stessa. Il processo parte dalla vulnerabilità del corpo e conduce al riconoscimento di una coscienza che comprende corpo e cosmo.
La guarigione diventa così una trasformazione della persona intera: della sua vitalità, della sua esperienza corporea e del suo senso di identità.
Dal mantra dell’Io all’Io universale
Gli ultimi versi del capitolo chiariscono la direzione più profonda della pratica.
Raggiunta la condizione libera dalla malattia, lo yogin riconosce attraverso la propria esperienza che la sua vera natura è Śiva.
Questa natura si manifesta attraverso le tre potenze di volontà, conoscenza e azione: icchā, jñāna e kriyā.
Nella condizione ordinaria queste capacità appaiono limitate. La volontà si orienta verso oggetti particolari, la conoscenza coglie frammenti e l’azione incontra ostacoli.
La pratica permette di riconoscere tali capacità come forme contratte delle potenze universali della coscienza.
Il percorso era cominciato con il mantra aham, “Io”.
Attraversando il corpo e i livelli del cosmo, lo yogin scopre che la soggettività non è confinata alla persona individuale.
L’Io limitato viene riconosciuto come una manifestazione contratta dell’Io universale.
La pratica comincia raccogliendo la soggettività nel corpo e termina riconoscendo il corpo all’interno della coscienza onnipervadente.
Conquistare la morte
Il capitolo afferma che chi raggiunge la condizione sottile di Amṛteśvara diviene immortale, conquista la morte e supera il tempo.
Queste dichiarazioni possiedono diversi livelli di significato.
Sul piano terapeutico, conquistare la morte significa essere protetti dalla malattia e dall’apamṛtyu, la morte prematura.
Sul piano yogico e somatico, indica la rigenerazione, la diffusione del nettare e il conseguimento del corpo divino.
Sul piano soteriologico, significa riconoscere che la coscienza non è confinata alla nascita e alla dissoluzione dell’individuo.
Il Netra Tantra riunisce questi livelli nella medesima traiettoria: protezione del corpo, guarigione, superamento della paura e riconoscimento di Śiva.
L’immortalità indica quindi sia la vittoria rituale sulla morte prematura sia la scoperta di una dimensione della persona che non può essere ridotta al sorgere e al dissolversi delle sue forme.
Conclusione
Lo sūkṣmadhyāna del Netra Tantra è uno yoga del corpo sottile fondato sull’integrazione di visualizzazione, respiro, mantra, mudrā e cosmologia.
La pratica grossolana organizza esteriormente uno spazio protetto attraverso il fuoco, i diagrammi, i mantra, i recipienti rituali, l’aspersione e le visualizzazioni del nettare.
La pratica sottile trasferisce questi simboli nella corporeità vissuta. Il corpo diventa diagramma, rete di canali, sede delle potenze divine e luogo della manifestazione dell’amṛta.
La pratica suprema conduce infine al riconoscimento della coscienza che rende possibili sia il rito esteriore sia il movimento interiore.
Il corpo appare dapprima come una realtà vulnerabile da proteggere.
Diventa poi una geografia vivente, attraversata da canali, nodi, divinità e livelli cosmici.
Infine viene riconosciuto, insieme all’universo, come manifestazione della stessa coscienza.
Śakti ascende affinché lo yogin riconosca la propria natura come Śiva.
Il nettare ridiscende affinché il corpo intero possa partecipare a quel riconoscimento.
Fonti principali
L’articolo segue principalmente i capitoli VI, VII e VIII del Netra Tantra nell’edizione e traduzione annotata di Gavin Flood, Practice in the Netra Tantra: An Edition and Annotated Translation of Chapters Six, Seven, and Eight.
Per l’organizzazione dei tre livelli della pratica e le differenti concezioni della persona è stato consultato anche Gavin Flood, Implicit Anthropologies in Pre-philosophical Śaivism with Particular Reference to the Netra-tantra.
Per il rapporto tra corpo costruito, corpo mantrico, guarigione e trasformazione della consapevolezza è stato utilizzato il saggio di Sthaneshwar Timalsina, Body, Self, and Healing in Tantric Ritual Paradigm.
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