Il corpo come mandala: i due sistemi di chakra del Kubjikāmatatantra
Il Kubjikāmatatantra è uno dei testi fondamentali della tradizione śivaita-śākta incentrata sul culto di Kubjikā. Appartiene al Kulālikāmnāya, una corrente tantrica nella quale la potenza divina viene trasmessa attraverso una successione iniziatica di maestri, Siddha, Bhairava e Yoginī.
Il nome Kubjikā significa «la curva», «l’incurvata» o «la contratta». Il sedicesimo capitolo del testo ne offre una spiegazione simbolica: come una persona molto grande deve curvarsi per entrare in una casa troppo piccola, così la Dea infinita contrae la propria immensità per penetrare nel corpo, nei differenti livelli della realtà e nelle molteplici famiglie spirituali, i kula. La contrazione non riduce la sua potenza: le permette di rendersi presente nel microcosmo umano.
È in questo contesto che devono essere compresi i chakra. Nel Kubjikāmatatantra essi non costituiscono soltanto una serie di punti situati lungo il corpo. Sono mandala interiori nei quali vengono organizzati divinità, fonemi, mondi, facoltà cognitive, sostanze corporee, livelli cosmologici e processi rituali.
Il testo conserva due sistemi principali:
- un sistema di sei chakra, esposto nei capitoli XI–XIII;
- un sistema di cinque chakra, sviluppato nei capitoli XIV–XVI.
I due sistemi non vengono presentati come dottrine rivali. Svolgono funzioni differenti e, in alcuni passaggi, vengono esplicitamente collegati.
Il significato di chakra nel testo
La parola sanscrita cakra significa «ruota», «cerchio» o «mandala». Può indicare una struttura corporea, ma anche un consesso di divinità raccolte intorno a un centro.
Nel sistema dei sei, i chakra sono prevalentemente luoghi corporei nei quali vengono installate e contemplate differenti componenti della cosmologia tantrica.
Nel sistema dei cinque, invece, ogni chakra prende il nome da un’intera classe di potenze femminili:
- Devī;
- Dūtī;
- Mātṛ;
- Yoginī;
- Khecarī.
Un chakra può dunque contenere quattro, sei, sessantaquattro o ottantuno divinità. Il suo significato dipende dalla funzione svolta all’interno della pratica.
Il sistema dei sei chakra
All’inizio del capitolo XI, Kubjikā chiede a Bhairava di spiegarle il ṣaṭpadārtha, la «realtà sestuplice» o il «tema sestuplice». L’espressione comprende i sei chakra, ma anche altre strutture organizzate in gruppi di sei: sei vie della manifestazione, sei forme divine, sei Yoginī e sei livelli della trasmissione cosmica.
Bhairava non comincia dal corpo. Parte da Śiva, principio supremo senza inizio né fine, e descrive la progressiva manifestazione della realtà attraverso akula, kula e kulākula: il trascendente, il manifestato e la loro continuità.
La manifestazione attraversa quattro grandi livelli:
- rūpātīta, ciò che trascende la forma;
- rūpa, la forma;
- pada, la configurazione verbale;
- piṇḍa, la realtà condensata nel corpo.
Il processo culmina nella manifestazione del suono, dei fonemi e del corpo. I chakra sono quindi presentati come stazioni di una cosmologia che si condensa nell’essere umano.
La disposizione corporea
Il capitolo XI colloca i sei centri nel corpo e attribuisce loro un determinato numero di divisioni:
| Chakra | Collocazione | Divisioni |
|---|---|---|
| Ādhāra | regione anale e perineale | 4 |
| Svādhiṣṭhāna | organo generativo e liṅga | 6 |
| Maṇipūra | ombelico | 12 |
| Anāhata | cuore | 10 |
| Viśuddhi | gola | 16 |
| Ājñā | fra i due occhi | 2 |
La somma è cinquanta. Questo numero rimanda alle cinquanta lettere dell’alfabeto sanscrito, descritte come gemme infilate sul filo del suono.
Il testo parla di bheda e kalā, «divisioni», «parti» o «potenze». Il numero non indica necessariamente e in ogni caso dei petali. I chakra costituiscono una distribuzione fonematica e cosmologica prima ancora che una raffigurazione floreale.
Due orientamenti del sistema sestuplice
Il testo distingue un corso settentrionale, uttara, e uno meridionale, dakṣiṇa.
Il corso settentrionale presenta soprattutto la manifestazione della realtà dal principio trascendente fino al suono, ai mondi e al corpo.
Il corso meridionale sviluppa maggiormente la collocazione corporea, il riassorbimento e l’applicazione rituale. Tuttavia, i due orientamenti non sono separati rigidamente: creazione e dissoluzione rimangono aspetti complementari dello stesso processo.
Il corpo diventa il luogo nel quale ciò che è stato emanato può essere riconosciuto e ricondotto alla propria origine.
Ādhāra: il fondamento della pratica
Ādhāra è la base sulla quale poggia il liṅga di Svādhiṣṭhāna. Possiede quattro divisioni, quattro pīṭha e quattro Siddha, fra i quali Khaḍgīśa, Baka, Śveta e Bhṛgu.
Il testo lo rappresenta attraverso forme circolari, quadrangolari e una struttura simile alla yoni. È il sostegno rituale della manifestazione e viene considerato indispensabile per l’intero cammino:
«Senza Ādhāra non vi è pratica, né liberazione, né godimento, finché non sia conosciuto l’āmnāya».
La frase non attribuisce efficacia al centro isolatamente. Ādhāra deve essere compreso all’interno dell’āmnāya, la trasmissione ricevuta dal maestro.
Le meditazioni sulle sue differenti componenti vengono associate a pacificazione, salute, prosperità, potenza della parola e altre siddhi.
Svādhiṣṭhāna: il liṅga e la creazione sestuplice
Svādhiṣṭhāna è la sede del liṅga cosmico. Bhairava lo descrive dotato di sei volti, circondato da sei kalā e collegato ai sei adhvan, le vie attraverso cui si dispiega la realtà:
- mondi, bhuvana;
- parole, pada;
- fonemi, varṇa;
- mantra;
- kalā;
- tattva.
Il centro è associato anche a Māyā e alle cinque potenze limitanti, i kañcuka: Kalā, l’azione limitata; Vidyā, la conoscenza limitata; Rāga, il desiderio; Kāla, il tempo; e Niyati, la necessità. Attraverso queste limitazioni emerge Puruṣa, il soggetto individualizzato.
Svādhiṣṭhāna rappresenta quindi il passaggio attraverso il quale la coscienza assume una forma individuale e viene inscritta in un’esistenza condizionata dal tempo, dalla necessità, dal desiderio e dai limiti della conoscenza e dell’azione.
La contemplazione del liṅga sestuplice conduce, secondo il testo, a differenti poteri rituali e infine all’accesso al brahmadvāra, la «porta di Brahman».
Maṇipūra: il corpo come spazio e tempo
Maṇipūra è articolato in dodici divisioni, associate a dodici Rudra e distribuite nella parte inferiore del corpo: addome, ombelico, fianchi, cosce, ginocchia, gambe e piedi.
Le dodici componenti vengono paragonate a gemme, maṇi, che risplendono e «riempiono», pūr, le direzioni. Da questa immagine deriva il nome Maṇipūra.
Il centro non rappresenta soltanto una regione dell’ombelico. Organizza nel corpo:
- le direzioni dello spazio;
- i mesi;
- i cicli temporali;
- le isole cosmiche;
- i campi sacri;
- i loro signori.
La cosmologia viene così distribuita nelle membra del praticante. Meditare sulle singole parti significa identificare progressivamente il proprio corpo con il corpo cosmico.
Il frullamento di Śiva e Śakti
La sezione più importante relativa a Maṇipūra è la pratica dello śaktityāga.
Il testo introduce il principio di Haṃsa e una dinamica formata da tre elementi:
- Ātman;
- Śakti;
- Śiva.
Śakti viene associata alla contrazione, Bhairava all’espansione e l’Ātman al centro. La corrente ascendente e quella discendente vengono riunite nell’ombelico. Qui il praticante compie il mathana, il «frullamento» interiore.
Il liṅga viene contemplato all’interno della yoni. Dal loro incontro si accende il fuoco della conoscenza; dal fuoco nasce una luce crescente; dalla luce sorge la beatitudine. L’unione di Śiva e Śakti produce infine amṛta, il nettare con il quale il praticante contempla il proprio essere completamente inondato.
Maṇipūra è quindi il luogo di una trasformazione: la dualità apparente di Śiva e Śakti viene ricondotta alla loro inseparabilità.
Anāhata: suono interiore e stati della coscienza
Anāhata è collegato innanzitutto al suono «non percosso», cioè non prodotto dall’urto fra due oggetti.
Il testo elenca dieci suoni interiori progressivi. Le immagini comprendono:
- risonanze sottili;
- conchiglia;
- strumenti a corde;
- flauto;
- metallo;
- tuono;
- tamburo.
Il decimo suono è considerato liberante.
Anāhata è anche una dimora di Siddha e un campo nel quale il praticante incontra differenti condizioni mentali. Possono emergere:
- desiderio di potere;
- piacere sensoriale;
- ricerca di ricchezza;
- aspirazione al distacco;
- desiderio di liberazione;
- ricerca del guru;
- quiete e dominio dei sensi.
Il testo classifica questi stati secondo tamas, rajas e sattva.
Gli stati tāmasici producono confusione, conflitto e trasgressione degli impegni iniziatici. Quelli rājasici generano orgoglio, ostentazione della conoscenza e desiderio di affermarsi. Gli stati sāttvici producono devozione, luminosità interiore e progressiva comprensione.
Compaiono anche visioni denominate Prabhāvatī, Tārāvatī, Bimbā e Bimbakhecarī. Bhairava avverte però che tali esperienze non devono essere scambiate automaticamente per il compimento del cammino.
Anāhata è, quindi, tanto un centro sonoro quanto un laboratorio di osservazione e trasformazione degli stati della coscienza.
Viśuddhi: pīṭha, parola e manifestazione fonematica
Viśuddhi è la struttura più estesamente descritta nel capitolo XI. Possiede sedici divisioni organizzate in quattro gruppi di quattro.
Al suo interno vengono disposti i quattro grandi pīṭha:
- Oḍra/Oḍḍiyāna;
- Jālandhara;
- Pūrṇagiri;
- Kāmarūpa.
Essi non sono soltanto luoghi geografici esteriori: diventano regioni della cosmografia interna.
I pīṭha vengono messi in relazione con quattro livelli sottili:
- Unmanā;
- Samanā;
- Vyāpinī;
- Dhvani.
Da Dhvani nasce Nāda, che viene ulteriormente articolato in modalità sottili, non manifeste, manifeste e prodotte. Seguono Nirodhikā, Ardhacandra, Bindu e il flusso dell’amṛta.
Viśuddhi organizza quindi il processo attraverso cui il suono non manifesto diventa progressivamente parola e fonema.
La contemplazione delle sue sedici divisioni produce sedici segni: pelle d’oca, lacrimazione, visioni luminose, sensazioni corporee, modificazioni del sonno, percezioni sonore, fragranze e potenza della parola. Il testo riconosce, tuttavia, che alcuni di questi effetti possono essere disordinati. L’esperienza di un fenomeno non equivale necessariamente alla sua piena integrazione.
Ājñā: autorità e grazia
Ājñā significa «ordine», «comando» o «autorizzazione». Nel Kubjikāmatatantra il termine non indica soltanto un punto fra gli occhi: riguarda la trasmissione della conoscenza e dell’autorità spirituale.
Il testo distingue due forme:
- adhikārājñā, l’autorizzazione a esercitare una funzione, parlare o insegnare;
- prasādājñā, il comando come grazia e trasmissione interiore.
La prima può conferire autorità e padronanza della parola, ma non garantisce la liberazione. Senza prasāda, afferma il testo, non vi è liberazione.
La trasmissione dipende inoltre dalla maturità del discepolo. Il testo usa l’immagine del frutto: un frutto maturo possiede dolcezza e sapore; quello acerbo rimane aspro. Allo stesso modo, un’autorità conferita prematuramente può alimentare orgoglio e confusione.
Una delle meditazioni di Ājñā utilizza fonemi, divinità e la visualizzazione del volto del guru. Una seconda viene definita śāmbhava e «priva di tutti i mezzi». Non richiede mantra, mudrā, controllo del respiro o elaborazione mentale. Consiste in una lieve collocazione della coscienza nello spazio intermedio, senza costruirvi un oggetto.
Il sistema si conclude con l’espressione:
yogaṣaṭkaṃ kulādhāram
«Lo yoga sestuplice che costituisce il fondamento del Kula».
Il sistema dei cinque chakra
Dopo aver concluso l’esposizione del ṣaṭpadārtha, il capitolo XIV introduce cinque grandi collettivi di divinità femminili.
Questi chakra sono disposti gerarchicamente lungo l’asse del corpo, ma ogni centro viene concepito soprattutto come un mandala. Le sue componenti possono essere collocate orizzontalmente intorno a una divinità centrale e contemporaneamente distribuite verticalmente nel corpo.
Il Devīcakra: la generazione del corpo e dell’individuo
Il Devīcakra è situato nella regione inferiore, sotto l’ombelico. È collegato sia ad Ādhāra sia a Svādhiṣṭhāna.
Il suo tema fondamentale è la creazione.
Il corpo viene descritto come un Brahmāṇḍa, un uovo cosmico contenente i sette mondi. Le regioni corporee vengono messe in corrispondenza con Bhūrloka, Bhuvarloka, Svarloka, Maharloka, Janaloka, Tapoloka e Satyaloka.
La formazione del corpo viene paragonata alla crescita di un albero:
- dal bulbo nasce il germoglio;
- dal germoglio la radice;
- dalla radice i rami;
- dai rami foglie, fiori e frutti;
- il frutto è il corpo.
Il testo descrive poi la formazione dell’embrione attraverso sei sostanze corporee:
- pelle;
- sangue;
- carne;
- grasso;
- ossa;
- midollo.
L’unione dei contributi materno e paterno viene interpretata come incontro di Śakti e Śiva.
Il Devīcakra non si limita però alla generazione biologica. Descrive anche la formazione metafisica dell’individuo: l’ātman viene progressivamente avvolto da Prakṛti, guṇa, ahaṃkāra, buddhi, manas e dalle differenti facoltà sensoriali e operative.
Quattro Devī regolano questa discesa:
- Kṣoṇī;
- Śabdadevī;
- Śrotrikā;
- Vācādevī.
Il Devīcakra rappresenta così la matrice nella quale la coscienza assume un corpo, una mente e un’identità individuale.
Il Dūtīcakra: l’articolazione della parola
Il Dūtīcakra si trova nella regione addominale. È rappresentato come un grande oceano che circonda l’uovo cosmico e contiene un loto a sedici raggi.
Al centro si trova Ananta, accompagnato da nove Dūtī. Ognuna delle nove potenze principali genera un ulteriore gruppo di nove:
9 × 9 = 81 Dūtī.
Il numero ottantuno viene collegato agli 81 pada, le configurazioni verbali o unità della parola.
Le nove serie di Dūtī rappresentano differenti aspetti della manifestazione:
- stadi sottili del suono, come Bindu, Nāda e Śakti;
- potenze terrifiche;
- attività della mente;
- direzioni dello spazio;
- splendore e pervasione;
- dominio della parola;
- strumenti e armi rituali;
- dissoluzione;
- regolazione del favorevole e dello sfavorevole.
Il Dūtīcakra descrive il processo attraverso cui il suono sottile diventa pensiero, parola e potenza efficace. Se il Devīcakra genera il corpo e il soggetto, il Dūtīcakra articola linguisticamente la loro esperienza.
Il Mātṛcakra: le sessantaquattro Madri del cuore
Il Mātṛcakra è situato nel cuore ed è rappresentato come un loto luminoso.
Al centro si trova Piṅgeśa, il Signore fulvo e igneo. Egli risveglia otto grandi Mātṛ:
- Khecarī;
- Ātmī;
- Śaśinī;
- Vahnī;
- Calanī;
- Bhānumatī;
- Mahimā;
- Sukṛtālayā.
Ognuna si divide in otto:
8 × 8 = 64 Mātṛ.
Le sessantaquattro Madri organizzano:
- direzioni;
- cicli cosmici;
- facoltà sensoriali;
- emozioni;
- desiderio e avversione;
- soffi vitali;
- luce e calore;
- fluidità e nutrimento;
- livelli della manifestazione.
Nel loto del cuore risiede anche il pūryaṣṭaka, l’insieme delle componenti che formano il corpo sottile e la personalità psicofisica.
Il Signore centrale è al tempo stesso universale e individuale: risiede nel cuore di tutti gli esseri e fa muovere il mondo attraverso il meccanismo di Māyā.
Il Mātṛcakra rappresenta quindi il campo nel quale la coscienza universale diventa esperienza individuale attraverso mente, sensi, emozioni e respiro.
Il Yoginīcakra: il vaso che contiene i sei chakra
Il Yoginīcakra è chiamato anche Ghaṭasthāna, «luogo del vaso» o «ricettacolo». È situato sopra il cuore.
Viene chiamato vaso perché tutte le realtà:
- vengono raccolte al suo interno;
- vi sorgono;
- vi assumono forme differenti;
- vi ritornano al momento della dissoluzione.
Nel Ghaṭasthāna si trovano i sei adhvan e sei Yoginī:
| Yoginī | Chakra governato | Via cosmologica | Sostanza corporea |
|---|---|---|---|
| Ḍāmarī | Ādhāra | mondi, bhuvana | rasa |
| Rāmaṇī | Svādhiṣṭhāna | parole, pada | sangue |
| Lambikā | Maṇipūra | fonemi, varṇa | carne |
| Kākinī | Anāhata | mantra | grasso |
| Śākinī | Viśuddhi | kalā | ossa |
| Yakṣiṇī | Ājñā | tattva | midollo |
Questa corrispondenza costituisce il collegamento più esplicito fra i due sistemi.
Il Yoginīcakra è il quarto chakra del sistema dei cinque, ma contiene al proprio interno l’intero sistema dei sei. Le sei Yoginī governano contemporaneamente:
- sei centri corporei;
- sei vie cosmologiche;
- sei sostanze del corpo;
- sei modalità dell’azione divina.
Contemplate in ordine diretto, producono la manifestazione; contemplate in ordine inverso, la riassorbono.
Al centro delle sei risiede Viśvarūpā, la Fanciulla dalla forma universale, signora di tutte le Yoginī.
Il Khecarīcakra: la Dea sopra il ṣaṭpadārtha
Il Khecarīcakra è il quinto e più elevato dei cinque. È situato nella regione del capo e nello spazio sovrastante.
Viene descritto come un immenso mandala:
- sospeso nell’oceano dello spazio;
- dotato di ventiquattro petali;
- contenente ventiquattro o venticinque mandala;
- attraversato da fonemi, mantra, kalā, tattva e mondi;
- articolato nei domini del Sole, della Luna e del Fuoco.
Il capitolo XVI spiega qui la natura di Kubjikā. La Dea è immensa, ma si contrae per entrare nel corpo. È presente in ogni forma senza essere limitata da nessuna forma.
Nel Khecarīcakra la Dea genera l’oceano delle lettere insieme alle quattro Śakti:
- Vāmā;
- Jyeṣṭhā;
- Raudrī;
- Ambikā.
Da questa manifestazione fonematica nascono mantra, vidyā e mudrā.
Il suo corpo viene descritto come composto dalla conoscenza:
- i Veda sono la ghirlanda;
- i Purāṇa la cintura;
- il Jyotiḥśāstra colora gli occhi;
- Dhvani forma gli orecchini;
- le kalā costituiscono le collane;
- gli śāstra sono le vesti;
- gli oggetti della conoscenza formano il suo seggio.
Il corpo della Dea non contiene soltanto il mandala: è esso stesso generato dal mandala.
Il mandala come albero
Il Khecarīcakra viene paragonato a un albero:
- i mandala sono i rami;
- gli śāstra sono le foglie;
- la conoscenza è il germoglio;
- la conoscenza indivisa è il fiore;
- le siddhi sono i frutti;
- la beatitudine è il loro sapore;
- la liberazione è il nutrimento finale.
Il mondo intero è contenuto nel cuore della Dea come un grande albero di banyan è già presente nel proprio minuscolo seme.
Il testo dichiara esplicitamente che Kubjikā è situata «sopra il ṣaṭpadārtha». Il Khecarīcakra rappresenta quindi il livello nel quale l’intera struttura sestuplice viene superata, contenuta e ricondotta alla Dea.
Come convivono i due sistemi?
Il Kubjikāmatatantra non offre una teoria sistematica che faccia coincidere ogni chakra del sistema dei sei con uno del sistema dei cinque. Le corrispondenze esistono, ma non devono essere estese oltre quanto afferma il testo.
Il rapporto può essere riassunto in quattro punti.
1. Il sistema dei cinque viene introdotto dopo quello dei sei
Il capitolo XIII conclude esplicitamente lo yogaṣaṭka. Il capitolo XIV comincia ricordando le sei Yoginī associate ai sei chakra e soltanto dopo annuncia Devī, Dūtī, Mātṛ, Yoginī e Khecarī.
Il passaggio è quindi intenzionale.
2. Il Devīcakra riunisce le funzioni dei due centri inferiori
Devīcakra è fondato su Ādhāra e Svādhiṣṭhāna. Ne raccoglie le funzioni generative:
- yoni e liṅga;
- unione di Śiva e Śakti;
- formazione dell’embrione;
- costituzione del corpo;
- discesa dell’ātman nella condizione individuale.
3. Il Yoginīcakra contiene l’intero sistema dei sei
Le sei Yoginī vengono distribuite da Ādhāra ad Ājñā. Il sistema sestuplice diventa così una struttura interna al quarto dei cinque grandi chakra.
Non si tratta di far coincidere meccanicamente cinque centri con sei centri. Il Yoginīcakra opera a un livello differente: è il mandala che governa l’insieme dei sei chakra, delle sei vie cosmiche e delle sei sostanze corporee.
4. Il Khecarīcakra si trova sopra il sistema sestuplice
Il quinto chakra contiene e trascende il ṣaṭpadārtha. Rappresenta lo spazio della Dea, la manifestazione della parola e la reintegrazione dell’intero universo nella sua matrice.
Due mappe, due funzioni
Il sistema dei sei organizza principalmente:
- sei luoghi corporei;
- cinquanta fonemi;
- divinità e Siddha;
- pratiche contemplative;
- trasmissione iniziatica;
- manifestazione e riassorbimento.
Il sistema dei cinque organizza invece cinque grandi processi:
- generazione del corpo e dell’individuo — Devīcakra;
- articolazione della parola — Dūtīcakra;
- formazione dell’esperienza psicofisica — Mātṛcakra;
- governo dei sei chakra e delle sei vie cosmiche — Yoginīcakra;
- pervasione e reintegrazione nella Dea — Khecarīcakra.
Le due mappe osservano lo stesso corpo rituale da prospettive differenti. La prima lo articola in sei stazioni operative; la seconda lo presenta come una successione di cinque mandala, ciascuno costituito da intere famiglie di potenze.
Il testo non sente il bisogno di ridurre le due strutture a un unico schema. Le conserva perché ciascuna rende possibile una determinata forma di contemplazione.
Il corpo come cosmografia vivente
Nel Kubjikāmatatantra, il corpo non è semplicemente il luogo in cui si trovano i chakra. È il punto in cui l’intero universo può essere raccolto, ordinato e riconosciuto.
Nel corpo sono installati:
- mondi;
- pīṭha;
- divinità;
- lettere;
- mantra;
- tattva;
- cicli temporali;
- facoltà cognitive;
- sostanze corporee;
- processi di creazione e dissoluzione.
La pratica non consiste soltanto nell’osservare questa struttura. Il praticante contempla, installa e attiva le corrispondenze trasmesse dal testo e dal guru. Attraverso l’identificazione con le divinità del mandala, il corpo individuale viene progressivamente riconosciuto come corpo cosmico.
I due sistemi di chakra del Kubjikāmatatantra sono dunque due modi complementari di organizzare questa cosmografia vivente: lo yoga sestuplice mostra come il cosmo si condensi e operi nelle diverse regioni corporee; il sistema dei cinque chakra mostra come la Dea generi il corpo, la parola e l’esperienza, governi le vie della manifestazione e infine riassorba ogni cosa nella propria infinità.
Riferimenti principali
- Kubjikāmatatantra, capitoli XI–XVI, recensione del Kulālikāmnāya.
- Teun Goudriaan e Jan A. Schoterman, The Kubjikāmatatantra: Kulālikāmnāya Version.
- Dory Heilijgers-Seelen, The System of Five Cakras in the Kubjikāmatatantra.